C’è un’altra serata fredda a Cortina, ci sono i soliti amici vecchi e nuovi, il solito chiassoso assembramento davanti alla Suite. Rumori familiari, volti noti. Stavolta è per il compleanno di Mara, c’è lei, ci sono io, ci sono gli altri, c’era Lorenzo prima, l’ho incontrato e ci siamo salutati come due vecchi estranei. C’è Chiara ora, “hai fatto qualcosa ai capelli”, le chiedo con un sorriso gentile, “quando mai” fa lei e ride. E’ carino il modo semplice con cui si è legata la ciocca scura in una coda sulla nuca, sta in piedi davanti a me col suo bicchiere, parliamo un po’, ma per qualche ragione le mie parole non attecchiscono molto, restano a un livello esterno, poco serio, scorrono fluide e traslucide. Ride sempre Chiara, rise all’inizio quando la paracadutarono a Cortina da Bologna perché la madre veniva a gestire un piccolo negozio, rise nei primi giorni di scuola insieme: lei coi suoi dolcevita verde scuro sul piccolo seno giovane, un po’ di trucco, a tredici anni già un fidanzato con cui fece l’amore e tutti gli altri giochini noti, noi coi grembiuli scuri, gli astucci della Invicta, qualche passo timido verso un mondo oscuro e complicato. Un abisso, uno stacco che il tempo certo avrebbe colmato, e in fretta, ma che non per questo pesava di meno, e che allora a noi pareva assoluto, invalicabile. La mattina passavamo sotto la tettoia di legno della scuola media, nella pioggia gelida, entravamo e guadagnavamo l’aula a metà del corridoio: ma insieme con i soliti adolescenti di paese ingenui e un po’ ruvidi ora c’era Chiara, disinvolta, loquace, spudorata. Ebbe Alessio, biondino con gli occhi da tedesco, che piaceva a una nostra amica, una sua amica. Glielo soffiò senza rubarlo davvero, lui tanto ci sarebbe stato soltanto con lei, che cos’erano quelle altre se non bambinette? Ci scherzavi con Chiara, ma lei era pungente, ti ricordava le tue debolezze, solleticava un difetto, tornava su una sciocchezza che avevi detto. Così, tanto per ridere, tanto per non pensare. Per due anni ci fu Chiara e noi, allegri imbecilli, noi e le sue smanie e i suoi capricci, te lo ricordi Chiara? Ora ride mentre nella piccola folla si sposta tra l’uno e l’altro, anzi sono gli altri che si muovono, le girano intorno, ma non è più come allora, il suo potere si è allentato. Le faccio qualche domanda. Ha faticato parecchio Chiara in questi cinque anni che ci hanno divisi: nella sua città, Bologna, sono successe delle cose, dice, cose brutte, e brutte persone. Quando ruppe con un fidanzato e finì con un tipo nuovo un’amica cattiva fece la spia col suo ex, e poi disse qualche bugia per aumentare il pettegolezzo. Quelli del giro bolognese cominciarono a scansarla, in breve tempo se li ritrovò contro. Prese venti chili in poche settimane. Un giorno davanti alle scuole bolognesi distribuiscono dei volantini anonimi: sopra ci sono scritte le vite private di tanti poveri diciassettenni, i loro intrecci, i peccatucci, le loro debolezze, così, spiattellati con crudeltà infinita, “Cinzia ha fatto un pompino a Mauro”, “Paolo ha tradito Monica con Camilla che ha dovuto abortire”, “Alessandra è anoressica”. Chiara… “Chiara è una puttana e ora è anche ingrassata”. Così, un colpo al cuore. Un giorno parla con un’amica al telefono cellulare davanti al portone di casa, sono le tre del pomeriggio, in una via del centro. Passa un motociclista, lei scosta il telefono dall’orecchio, “prego?”, chiede. Succede tutto in un attimo: quello tira fuori una pistola, gliela punta alla fronte. Vuole i suoi soldi. Lei non ne ha. Lui la minaccia. Non ho niente, non vedi, sono scesa perché in casa c’era rumore e non riuscivo a telefonare, non ho niente… Poi la lascia andare: “se gridi mentre me ne vado ti ammazzo, ti ammazzo sai”. Chiara scivola dentro casa, si accascia, sviene. Arriva un esaurimento e la depressione.
Poi, dice, se ne è tirata fuori. Ascolto la sua storia con interesse, aspetto la svolta che deve essere venuta… e intanto penso ai miei anni belli e difficili… che cosa ha da dirmi Chiara stasera?… forse questo dolore è servito a qualcosa… a un risveglio, non so… ci sarà stato un cambiamento, una conquista… so che ha aperto una ditta di moda… è stata brava… “Come ne sei uscita?”, le chiedo.
“Agopuntura nelle orecchie, metodo cinese. Sono andata da questo che mi metteva gli aghi sui bordi della faccia e intanto scriveva tutto quello che facevo. E’ stato fantastico. Io sai, sono una persona vera, credo nell’amore, non mento mai, è che ci sono gli ipocriti e gli stronzi nella vita”.
Certe volte sembra che le cose stiano per schiuderne delle altre, che dietro l’angolo ci siano delle verità, delle nuove consapevolezze, un percorso di vita, o semplicemente una buona storia da raccontare. Certe volte non c’è nulla di tutto questo, c’è solo una serata a Cortina fredda e insipida come sempre; e te ne vai sotto la pioggerellina con le tue scarpe da tennis umidicce, un po’ smarrito e un po’ indifferente, mentre gli altri dentro al bar brindano, come sempre, Lorenzo insegue sempre vecchi amici e vecchie fragilità, Serena pensa a come farà visto che le hanno dato lo sfratto. La mia piccola macchina grigia ora rumoreggia sull’asfalto buio e bagnato. Come sempre.
Thursday, August 23, 2007
"Quando mai!"
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Wednesday, August 22, 2007
Un po' di gossip ampezzan-vacanziero
Siamo quasi all’ultima settimana di questo intenso agosto, e Cortina, o meglio il suo disinvolto aspetto vacanziero, continua a fare notizia. Prima sulle pagine del Corriere della Sera, che nell’edizione nazionale ospitava nei giorni scorsi un’intervista a Matteo Zoppas, giovane manager dell’azienda di famiglia. «Ai tempi dei miei genitori, c'era la loro Cortina», si è lamentato Zoppas. «Adesso c'è la Cortina di tutti. Mi irrita incontrare nei locali trentenni, quarantenni che giocano a chi spende di più. Questa non è ricchezza, è volgarità».
Sarà anche vero. Ma qualcuno sussurra: “già visto, già sentito…”. Almeno dai tempi della Dolce vita.
Intanto, c’è chi si diverte più di Zoppas: un fotoreportage del mitico Umberto Pizzi, apparso lunedì sul sito di gossip e politica www.dagospia.com, documenta le imprese estive dei coniugi Cisnetto, in trasferta con gli amici alla Malga Maraia di Auronzo per un sostanzioso pranzo di montagna. Titolo: “tutti a malga dove se magna coi Cisnetto’s”. Ospiti di rilievo: i nobili Rebecchini, D’Amelio-Memmo, Carignani, Marinello, politici come l’ex ministro Gianni Alemanno e il senatore Fisichella, giornalisti come Roberto Ippolito ed Egle Pagano. Molti dei convitati erano agghindati in vezzosi abiti tirolesi (non hanno seguito i consigli del presidente Cossiga, che dagli schermi del PalaLexus li aveva bollati come una carnevalata).
Le immagini più pittoresche immortalano in diversi momenti Enrico Cisnetto, calzoni alla zuava, calze rosse e cappellino della Sampdoria, mentre solleva la moglie Iole a bordo di una carriola. L’animatore degli incontri ampezzani si è anche divertito a prendere in braccio Nicoletta Ricca, della compagnia di riassicurazione Swiss Re, dagli eccentrici occhiali alla Lina Wertmuller. Didascalia: “Enrico Cisnetto con avvinghiata Nicoletta Ricca”. Ma c’è anche la posa azzardata di Maria Criscuolo del gruppo Triumph, alle prese con un pentolino di polenta. Poi, tutti a tavola: il menu, pappardelle al sugo di capriolo, formaggio alla piastra, maiale e pollo arrosto. FC
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Tuesday, August 14, 2007
La lectio magistralis di Giulio Tremonti
Intanto metto il link, poi ci sarà tempo per ragionarci sopra. Vale la pena di leggerla e di pensare a come può essere una politica del XXI secolo. Anche se non tutto quello che scrive Tremonti mi convince, è comunque un gran bel pezzo di politica come non si fa più da troppo tempo nel nostro Paese.
http://www.giuliotremonti.it/spot_hp/spot_hp.asp?id=124
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Feltri: è Albertini il mio candidato alla Regione Lombardia
Feltri a ruota libera. Una folla enorme ha accolto sabato sera il direttore di Libero a Cortina InConTra di Enrico Cisnetto. Il giornalista ha accettato di farsi interpellare dal collega Gigi Moncalvo, col solito umorismo un po’ ruvido. Producendosi in una performance quasi gigionesca che ha toccato tutti i temi e i nomi della cronaca e della politica.
«Per chi hai votato?» gli chiede l’intervistatore. «Per la Casa delle Libertà, ma solo perché fa un po’ meno schifo dell’Unione. Ho sentito Berlusconi dieci giorni fa, gli ho proposto un confronto con Di Pietro. Ha accettato». Sorride. «E’ Di Pietro che non voleva fare lo sforzo di venire fino a Milano… Con Fini non ho più un buon rapporto, è uno che vuole sempre essere lodato, e se scrivi che ha i capelli spettinati si incazza. Veltroni invece l’abbiamo già definito con un titolo di Libero: paraculo. E’ l’Alberto Sordi della politica, sta con tutti, è bravissimo, furbissimo. Solo una cosa, dice di essere il Sarkozy d’Italia: ma non si è accorto che Sarkozy è di destra?» Sugli incidenti a causa dell’alcool: «la Polizia e i Carabinieri fanno il loro dovere. Poi però c’è sempre qualche magistrato che mette fuori tutti». Rincara la dose: «ditemi il nome di un magistrato che ha sbagliato e ha pagato. Al massimo li trasferiscono: da Novara a Vercelli. Forse non è vero che il potere giudiziario è asservito al potere politico, però fanno lingua e bocca». Accetta di difendere l’amico don Gelmini: «se ha toccato il sedere a qualche giovanotto non me ne frega niente. Sono ragazzoni di venticinque anni che hanno visto di tutto, droga, crimine… ve li immaginate a farsi toccare da un prete ottantenne? Ma come si fa a credere a una cosa così?». Critico invece su Valentino Rossi: «l’ho detto sul mio giornale e lo ripeto: rubate pure ragazzi, ma con moderazione».
«Sarai il successore di Berlusconi?», domanda Moncalvo. «No. Nel 1997 mi proposero di fare il sindaco di Milano, ma rifiutai, non sarei un bravo politico, mi manca la pazienza. Scelsero Albertini: all’inizio non andammo molto d’accordo, ma devo dire che dopo aver visto all’opera la signora Moratti, chapeau: Albertini sembra il nuovo Quintino Sella. Noi di Libero lo proporremo come prossimo presidente della Lombardia». E Prodi? «Quello che tanti non sanno è che Prodi una volta non era così, era normale: predicava il liberalismo, era amico di Berlusconi... Poi non so cos’è successo. Qualcuno dice: “è stata la moglie che è di sinistra”. Mah». Infine, domanda d’obbligo: il governo Prodi cade o non cade? E se cade, quando cade? E chi lo fa cadere? «A me basterebbe che cadesse. Purtroppo però Prodi barcolla, prende un pugno da destra e sembra che caschi a sinistra, uno da sinistra e pensi che andrà giù a destra… Invece non cade mai, sta là come un pendolo. Ho il terrore, e lo dico per scaramanzia, che ce lo dovremo tenere. Almeno fino all’autunno 2009». FC
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Wednesday, August 08, 2007
Non spariamo sulla Cina
A Pechino si fanno grandi feste per il countdown alle Olimpiadi, ma, come ricordano i media unanimi (e a ragione), dietro alle parate ci sono le violazioni dei diritti umani, le incarcerazioni e le esecuzioni dei dissidenti. Certo che però forse farebbe bene un po' di coerenza storica e di memoria di tempi ben più cupi, quando si moriva a decine di milioni. Ricordarlo rende le contraddizioni di oggi meno stridenti e più comprensibili, ché poi sappiamo quanto sia difficile e contorto il passaggio alla democrazia e non è il caso di fare troppo i moralisti.
E' quel che scrive Enzo Bettiza in un editoriale bellissimo uscito oggi sulla Stampa, che consiglio ai lettori di questo blog, che anche se non hanno voglia di lasciare commenti vengono sempre in tanti - lo so - a dare un'occhiata. Buone vacanze a tutti da una Cortina piovosa fredda e già quasi autunnale.
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Saturday, August 04, 2007
Da Cisnetto gran cicaleccio sui Dico, ma il vero protagonista è (ancora!) il Pd. E la Rivoluzione Francese
Cortina d'Ampezzo. «La Rivoluzione Francese? Un gran pasticcio, ma la stiamo sistemando». La lascia cadere così, con sorridente nonchalance, Paola Binetti, giovedì al PalaLexus per l’appuntamento di Cortina Incontra di Enrico Cisnetto . Presidente del Comitato scienza e vita, la senatrice Dl è esponente mite ma battagliera dei “teodem” nostrani – per gli ammiratori l’ala più avanzata e audace del cattolicesimo democratico italiano, per i maligni il braccio armato della CEI e dell’oscurantismo clericale.
Ha detto proprio così la Binetti, intervenuta insieme ai colleghi Alfredo Mantovano (An) e Cesare Salvi (Sinistra Democratica) e all’eurodeputato radicale Marco Cappato all'incontro dedicato ai Dico e alla legislazione sulla famiglia. Certo, dietro c’era un ragionamento articolato e profondo, sulle radici culturali dell’Europa (e cioè «la filosofia greca, il diritto romano, la religione cristiana»), sulla necessità di riconoscerle come preambolo ad ogni intervento legislativo che tocchi valori morali. Ma la cosa passa più o meno inosservata: c’è Cappato che si scalda su Conferenza Episcopale e Vaticano, “fondamentalisti e talebani”, perché non vogliono accettare che si riconoscano i diritti degli omosessuali: “temono la distinzione tra sessualità, riproduzione e amore coniugale, anche se il Parlamento europeo legifera in materia da almeno quindici anni”.
«E chi se ne frega del Parlamento europeo!» sbotta Mantovano, che sul tema, quello dei diritti dei conviventi, ha anche scritto un libro. Per scoprire che nel frattempo hanno cambiato nome: ora nella versione riveduta e corretta del ddl Salvi si chiamano Cus, cioè contratti di unione solidale: «sono meno macchinosi dei Dico, si passa dal registro presso l’anagrafe a un libero contratto davanti al giudice di pace», spiega Salvi. «Se c’è un soggetto che oggi viene realmente discriminato è la famiglia», ribatte Mantovano. Chiosa la Binetti: «questi contratti sono come un prodotto che ha già una data di scadenza: vanno contro la nostra cultura, che è quella dell’impegno indelebile, a tempo indeterminato».
Ma l’impressione è che dietro alle posizioni dei quattro, ben note, stia ben altro gioco politico, quello che si muove tra le primarie del Partito Democratico e la difficile tenuta della maggioranza, appena uscita indenne dal voto in Senato (i Senatori sono arrivati in elicottero a Cortina da Roma). Ecco allora un Salvi insolitamente “morbido” e moderato, non solo con Cappato ma anche con l’alleata Binetti - altrimenti distantissima - che ricambia la cortesia; viceversa, l'esponente dei Radicali, col contenzioso aperto dal suo segretario che proprio giovedì è stato lasciato fuori dalla corsa delle primarie, attacca il Partito democratico: «avete deciso che siccome il tema dei Dico è una materia che “spacca”, è meglio omologare tutti su una sola posizione (contraria ovviamente), anziché lasciare libertà di coscienza ai singoli. Avete paura che Savino Pezzotta dopo il successo del Family Day faccia un nuovo partito centrista...?» FC
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Monday, July 23, 2007
Uomini e cani
La settimana scorsa, quando ero a Cortina, ho preso il cane e sono andato a fare una gita con lui. Mi è sembrato naturale portarmelo dietro, come avevo già fatto, come quella volta due o tre anni fa che andammo in Val Travenanzes e io scelsi un percorso alternativo in mezzo al torrente, e per un gran numero di volte dovetti prenderlo in braccio perché le rocce erano troppo alte, e quasi facevo fatica a saltare persino io. Come quando andavamo sui prati sopra Chiamulera, ad aprile quando la terra è bagnata e molle per la neve che si sta sciogliendo, e io lo aspettavo seduto sotto i due alberelli in cima alla collina mentre girellava nei dintorni. Come le infinite volte che siamo stati nei boschi, e lui ci superava in corsa sui sentieri strettissimi con in bocca un bastone lungo un metro abbondante, e tutti lo maledivano per le botte sui polpacci che ci si prendeva.
L'altro giorno abbiamo varcato l'accesso della Val Travenanzes, in mezzo ai pallidi massi giganti che danno alla zona un aspetto lunare, ma quando l'ho cercato con lo sguardo ho visto che era indietro, venti o trenta metri, ansimante. Faceva finta di annusare dietro a un sasso, di interessarsi a qualcosa sul terriccio, pudico davanti alla propria debolezza come un anziano umano. Ho capito che era abbastanza, sono tornato indietro. E ho sentito il tempo precipitarmi addosso con una certa amarezza. Siamo vicini al momento in cui lui semplicemente lascerà questo tratto in comune che abbiamo segnato, questo decennio abbondante in cui è entrato nella mia vita con la sua presenza discreta ma viva e vivace.

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Wednesday, July 18, 2007
Anno 2042
Quando nell'agognato anno 2042 (quando secondo l'attuale assetto, all'età di 57 anni, potrò andare in pensione), mi presenterò all'ufficio Inps per chiedere il mio assegno di vecchiaia e mi verranno accreditati 180 euro mensili causa svuotamento delle casse dello Stato; quando in quell'agognato anno 2042 mi accorgerò, ci accorgeremo, che una riforma previdenziale era utile anzi necessaria, dirò, diremo con entusiasmo
"grazie Rifondazione"
(e grazie ai tanti, troppi coetanei che continuano a votarla).
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Sunday, July 01, 2007
Friday, June 29, 2007
Ite missa est
Sia benevenuto il ritorno della messa in latino, annunciato ieri dal Papa (più che un ritorno, una "liberalizzazione" del culto). E non per posa reazionaria, perché genericamente "vecchio è bello".
La messa in latino è finita nei tumultuosi anni Sessanta, nella chiesa post-conciliare. La ragione (benemerita) la sappiamo: l'incomprensibilità di una lingua semi-straniera per la gran parte dell'assemblea. Così però la messa è diventata asciutta e un po' anonima, le si è tolto quel grado di suggestione mistica che la separava dal linguaggio secolare - e, per gli esperti, si sono violentati tanti sottili e fondamentali significati nel momento della traduzione.
Ora la Chiesa si volge di nuovo ai suoi venti secoli di storia e di sedimentazione di una memoria antica per ricavarne un'energia che l'estenuante confronto con la modernità le ha sottratto. In questo caso è il rito della messa in latino, con le sue formule passate sulle bocche di decine di generazioni, il suo potere di evocazione di qualcosa di antico e sacrale, e anche la sua maggiore prossimità - teologica e temporale - al messaggio evangelico. Perché questo nostro grande papa vuole ribadire che da Dio e dall'uomo (cioè dalla comunanza storica umana) la Chiesa trae la propria forza.
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Saturday, June 23, 2007
Sunday, June 10, 2007
Ritorno
L'Italia mi ha abbracciato come una madre.
Ho fatto un paio di scalini dall'aereo British Airways verso la navetta dell'aeroporto di Linate e l'ho sentita su di me, tiepida e narcotica. Dopo ore di aria condizionata che mi avevano stordito a sufficienza è stato come tornare in un utero primordiale. Che ci possiamo fare. E' questo nostro Paese meraviglioso e malato, che trasforma e ammorbidisce l'animo, che induce alla pigrizia, all'abbuffata, allo sbadiglio. Sull'autobus per Milano mi casca l'occhio su un paio di belle gambe che da sole valgono tutte le pallide mascolinità delle americane, ed è come una boccata d'aria, la deliziosa sensazione che sono a casa, di nuovo, in mezzo alla mia gente, così bella e stupida - così bella, soprattutto.
Il viaggio si è concluso in modo inaspettato. Quando un paio di mesi fa mi avevano detto che veniva anche lui, Daniel, lo spagnolo, avevo temuto qualche scintilla. Non ci eravamo mai piaciuti. Però si doveva viaggiare. Poi mi ha provocato un po' - una tirata sugli orari per un ritardo minimo, una sciocchezzuola, uno spunto per farmi incazzare. Ci è riuscito. Gli ho detto che era un pezzo di merda e per poco non ci siamo presi a botte. E' stato meglio così, probabilmente. Salutare, veritiero. Un brivido di sincera ostilità.
Ho salutato gli altri e me ne sono andato nello Yosemite con dei ragazzi che avevo appena conosciuto nell'ostello di San Francisco. Lo Yosemite è un posto meraviglioso. Ho nuotato nei laghi e nei fiumi e camminato su lastroni di granito impressionanti. Poi son tornato a Boston e a NYC, sempre bevendo litri e litri d'acqua (come mi ha consigliato il mio parente ritrovato) e pisciando praticamente ovunque, dalle sequoie giganti ai cespugli dei quartieri residenziali di Boston.
Ora son qua, con il mio fuso orario sulle spalle come il fardello dell'uomo bianco, del viaggiatore. Ricordi e sensazioni, un lungo viaggio intenso e vivace che si chiude come un cassetto. Penso agli altri padovani che sono ancora in viaggio, in Sudafrica, da qualche parte, a cercare i luoghi e i volti della nostra strana diaspora veneta.
Domani sera si esce, con gli amici di sempre, che nel frattempo, sento, si son dati da fare. Stasera elezioni in Francia e in Italia, un'altra overdose di distrazioni e di analisi politica e di mappe elettorali e cifre e grafici e bandierine. Utili, indispensabili per non pensare ai casi propri - al passato, al futuro, alla strada tortuosa su cui ci troviamo.
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Monday, May 28, 2007
Fotografie / 1

Grand Canyon, Arizona, con Lorena
Margaritas, San Diego, con Lorena e Mayumi, giapponese
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Saturday, May 26, 2007
California
Il brivido eccitante delle superstrade californiane!
Abbiamo il nostro Minivan, un macchinone da otto posti più ampio bagagliaio. Lo paghiamo 1.300 bucks per tredici giorni, divisi in sei persone quali siamo. E' quasi più grande della stanza d'albergo dove alloggiamo qua a San Diego.
Ieri eravamo immersi in una superstrada a dieci corsie: quei serpentoni giganteschi che si arrampicano su per la roccia rossa della California, grandi fiumi di asfalto e grandi macchine con dentro grandi guidatori anglosassoni. La roccia spunta ovunque, anche nel mezzo della città, in grandi blocchi isolati - roccia che ha qualcosa di primordiale, giurassico, macchiata com'è scenograficamente del verde scuro della vegetazione.
San Diego è bella e fredda. Molto linda e curata, fresche le temperature, clima umano poco latino, un po' distaccato. Ho capito davvero che cos'è la California quando siamo usciti dalla superstrada e davanti alle finestre del Minivan sono comparse le decine di villette con giardino che fanno i quartieri residenziali di San Diego, ciascuna diversa dalle altre, ciascuna tutta a sè stante, la propria libera e disordinata vocazione lasciata a svilupparsi in totale assenza di ogni vincolo di coerenza urbanistica: dal tempietto neoclassico alla casa rurale tudor, alla hacienda messicana, alla capanna del New England in legno dipinto, come scherzava Woody Allen in Io e Annie.
Siamo stati all'Hotel del Coronado, quella bella struttura vittoriana coi tondi tetti rossi affacciata sul Pacifico dove Marilyn suonava l'ukulele in A qualcuno piace caldo. Ora ci vengono in vacanza gli Americani della upper-upper-upper-class, che mangiano sushi e sashimi nella sala ristorante mentre le figlie di nove anni pagano il gelato con la carta di credito personale. L'acqua minerale costa 4 dollari a bottiglietta... Ecco, la fichetta San Diego è così: ti inculano, ma con dolcezza.
Sulla superstrada abbiamo raggiunto il confine con il Messico, l'alta barriera grigia che separa il primo dal secondo mondo, un po' come il Canale d'Otranto, ma lì almeno ci sono cento chilometri di acque dell'Adriatico ad occultare pietosamente le differenze tra Italia e Albania. Qui invece il salto è brusco, e dagli USA vedi Tijuana, a pochi chilometri, e le sue casette bianche scrostate, e persino la linda e graziosa San Diego, man mano che ti avvicini al confine, diventa un brutto sobborgo.
Vedo il mondo dalla superstrada, e mi sento, ci sentiamo, straordinariamente liberi, con la nostra macchina-casa che ci portiamo dietro. Domani con la stessa macchina andremo a Los Angeles. Là incontrerò Alfonso, cugino fuggito nel 1990 che non ho mai visto. Sono curioso... Fonsi, chi sei, come sei? Che faccia hai? E' tempo di ritrovare un volto e un frammento di una famiglia fragile e dispersa, di ricomporre il quadro, di far sì che assomigli almeno un po' alle belle famiglie latine floride e numerose come quella di Lorena, che un po' invidio. Non lascerò che il tempo faccia brandelli della mia famiglia sfigata: in questa trasferta americana ho dovuto lasciare qualcosa dietro di me, a Boston, in modo irrimediabile, ma so che qualcos'altro aspetta di essere portato alla luce, a Los Angeles. E' la mia frontiera e il mio riscatto.
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Wednesday, May 23, 2007
Skywalk
Abbiamo noleggiato una macchina e siamo andati fino al Grand Canyon, fino al ciglio cioè, su quella piattaforma di vetro sospesa sul baratro che si chiama Skywalk. Una deliziosa ragazza di Aspen, Colorado, mi ha chiesto se avevo le vertigini. La domanda era retorica, credo. La risposta comunque intuitiva, visto che stavo aggrappato al corrimano di acciaio in posizione colpo-della-strega, le nocche bianche e il volto sbiancato. Le ho detto che ero un montanaro come lei, anche se magari non lo sembravo. "Di dove?" mi fa, di Cortina, "ah, credo di averla già sentita", dice. Era carina e biondina e molto a suo agio. I miei compagni di viaggio stavano a un paio di metri di distanza, in mezzo alla passerella, a saltare forsennatamente per vedere se la struttura reggeva. Per salire sul coso c'erano alcuni gradini. Nel salirli ho pensato a Maria Antonietta che prima del patibolo si prese uno spigolo sulla fronte per non abbassare il fiero sguardo e l'ho ammirata sinceramente. Io che sono un borghese discendente di famiglia borghese non ho gli stessi problemi di portamento.
Il deserto del Nevada e dell'Arizona non è proprio deserto deserto, semmai una immensa distesa di arbusti bruciati dal vento e di piante grasse e spine e mimose senza fiori. L'abbiamo attraversato con la nostra macchinona su una lunghissima strada sterrata, una ventina di chilometri. Polvere, polvere dappertutto. Bisogna tenere chiusi tutti i finestrini e se si trova un'altra macchina che sta davanti o la si supera o si rallenta e la si lascia proseguire, perché sennò nella nuvola non si vede più niente. Il clima è migliore del nostro padano: arsura nelle ore del giorno, ma niente afa, e vento tiepido tutta la notte. All'ombra si respira. Al sole ci si asciuga le ossa.
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Friday, May 18, 2007
Da Boston a Las Vegas
Sono andato a Boston in cerca di qualcosa che non ho trovato. E' stata una piccola delusione, che avrei potuto prevedere, forse. Sono arrivato in tarda serata, una serata estiva, diversa da quelle che avevo conosciuto nel semestre scorso, piovose, o ventose, o gelide e immobili. Mentre trascinavo il bagaglio sui marciapiedi di Commonwealth Ave ho annusato l'aria densa della tarda primavera e l'ho trovata estranea e poco familiare. Poi nei giorni seguenti ho ritrovato le persone - quasi tutte - che avevo lasciato a dicembre: Miguel, Solenn, Dani, Carlos, Lorena, Aloysius, Giorgia, Owen, Simon, Lynn. Ho ritrovato il luoghi, i nomi, i piccoli punti di riferimento - la libreria di Kenmore, Barnes&Noble, il vecchio dipartimento di Storia con i suoi corrimani di legno scuro un po' scrostati, la fermata della metropolitana di Copley, sporca e cadente. Ma qualcosa manca.
E' l'odore del passato. Il tempo che e' andato non torna piu', e' cosi' banale da dirsi, ma anche le banalita' sono sulla nostra strada, e quando ci capitano non sono piu' banalita' ma rivelazioni, esperienze. Non basta rifare tutto daccapo, fare girare di nuovo la pellicola invecchiata. Il mondo di prima e' rimasto sigillato nella pellicola, e al massimo manda qualche bagliore fugace, qualche flebile segnale, quando proustianamente si toccano e si annusano e si sentono le cose di allora. Ma sono, appunto, momenti, attimi. Io cercavo di ritrovare l'anima del mio soggiorno a Boston, e invece con sorpresa ho scoperto che l'anima se n'era volata via la sera del 25 dicembre, quando l'aereo aveva lasciato il Logan International, e che era rimasto solo tutto il resto. Guai a pensare di dare vita ai cadaveri: e' un'operazione masochistica.
Siamo a Las Vegas. Il vento del deserto brucia nelle narici. Se getti l'occhio tra un palazzo di cartapesta e un altro vedi le alture grigie e pietrose che circondano la citta' a distanza, uno scenario spettrale e bellissimo. Vediamo se questa sera, che e' la prima in giro tutti insieme, mi fara' piacere Las Vegas per quello a cui piace al resto del mondo che viene qui, cioe' come grande baraccone dei grandi. Per ora, invece, sento tanto piu' forte il richiamo della foresta, cioe' della natura, del deserto... Si vedra'.
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francesco c.
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Saturday, May 12, 2007
Boston, finally
Una figura lontana, in bianco, nell'aria scura. F. la vide avvicinarsi e prendere contorni piu' chiari. Era in Bay State Road, che a maggio profuma di pini e di erba tagliata. Le piccole entrate in pietra delle brownstone, tante graziose scalette grigie, si aprivano sui marciapiedi in una lunga successione, illuminate dai lampioni. Formavano tante isole di luce nel buio della notte. Era l'una e mezza del venerdi' sera. Gli studenti tornavano a casa dalla partita di baseball, dalle feste di addio, dai cocktail in Newbury Street. Lui no. F. era sbarcato a Boston un paio d'ore prima, dopo un lunghissimo viaggio dall'Italia che gli era sembrato non finire mai. Che non finiva mai! E che terminava in bellezza con l'ostello che lo cacciava fuori, "no beds for tonight", perche' non aveva confermato la prenotazione fatta su internet quando aveva visto che stava ritardando. Il tizio al bancone dell'ostello, una specie di fantasma postmoderno, un punk o qualcosa del genere, col suo codino di capelli unti e lo sguardo evaporato, che gli negava una telefonata agli alberghi vicini, e quindici minuti di internet per cercare un altro ostello, "no, mi spiace, internet e' riservato ai clienti". Il cellulare era morto. Allora era andato a cercarsi un telefono pubblico e un elenco telefonico, sudato, stanco, il viaggio che gli si appiccicava addosso, sul collo, sulle tempie, come un'eredita' sgradita. Aveva chiamato in giro, cinque, sei hotel. Volevano una stupida prenotazione online, oppure chiedevano il nome della sua compagnia - "non sono in un'azienda, sono un singolo", aveva detto inutilmente - oppure avevano una bella stanza per 299 dollari. E altre amenita'. Niente albergo. Ma aveva trovato Miguel al telefono. Che aveva fatto una corsa. Eccolo dunque arrivare, ora. La figura si faceva piu' nitida, lo riconobbe. Correva. Si salutarono.
Il viaggio era finito.
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francesco c.
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Sunday, May 06, 2007
La rivoluzione francese
C'è stato un momento, negli ultimi due anni, in cui in molti abbiamo temuto per una nuova rivoluzione francese. Dalle banlieu, con gli scontri violentissimi dei teppisti, dalla Francia malata e insoddisfatta che ha votato per Le Pen, dai tanti cittadini che nell'era chiracchiana-socialista si sono sentiti fuori dal mondo, fuori dalla storia, si è percepito un sentimento di rifiuto totale. La rivoluzione, archetipo dell'identità francese, come manifestazione di insofferenza inevitabile.
Così non è stato. Ha vinto un'altra rivoluzione, quella di Nicolas Sarkozy, il nuovo presidente della Repubblica Francese. Quella che attendiamo per i prossimi cinque anni è una rivoluzione di idee e non di violenza, che faccia vincere un nuovo umanesimo francese, sottratto all'egemonia socialista e donato al patrimonio ideologico collettivo.
Nicolas Sarkozy ha vinto con un'affluenza record e con un numero assoluto di votanti altissimo. La sua opera governativa sarà dunque fortemente legittimata da questo imponente voto popolare.
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francesco c.
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7:14 PM
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Présidentielle - Secondo turno: Liveblogging
20.00 TF1: Nicolas Sarkozy è presidente con il 53%
19.58 Le Monde: Nicolas Sarkozy è eletto con una larga maggioranza
Titolone sul sito di Le Monde, che riassume le rilevazioni di quattro istituti di sondaggi: la media dà Sarko al 53,5%.
19.28 "On a gagné"
Canti entusiastici al quartier generale dell'UMP: "abbiamo vinto, abbiamo vinto". A Place de la Concorde "è come la coppa del mondo", dice Libération.
18.57 Toscano: "so il nome dell'uomo che ha vinto"
Ghignante Alberto Toscano, corrispondente del Giornale e in collegamento al Tg4: "non posso ancora dire il nome dell'uomo che ha vinto".
18.38 Preparativi in Place de la Concorde. Chiusa la métro
La notizia non è nuova - da ieri l'UMP, il partito di Sarkozy, sta allestendo un placo nella centralissima Place de la Concorde, a Parigi. Ma ora Libération, quotidiano gauchista, lo mette in prima pagina. Lo stesso giornale riporta che "si sono sentite grida di vittoria" alla salle Gaveau, Parigi, quartier generale dell'UMP, alla "notizia non confermata di rilevazioni interne al partito che darebbero la vittoria a Sarkozy". Intanto, Le Figaro dà la notizia che "in vista di un assembramento di supporters di Sarkozy" le stazioni della metropolitana Concorde, Tuileries e Madeleine sono state chiuse.
18.29 Le stime del Partito Socialista
Stime interne del Partito Socialista francese basate su rilevazioni nei seggi darebbero Nicolas Sarkozy vincitore al 54%. Lo riferisce la televisione francofona svizzera tsr.
Il Liveblogging di Tocque-ville
Salutiamo gli altri bloggers di Tocque-ville che seguono in diretta l'elezione presidenziale francese: Daw, Mario Sechi, Neocon Italiani, RDM20, StarSailor.
18.17 TNS-Sofres: affluenza finale all'86%
Se confermato, il dato sarebbe il più alto della Quinta Repubblica dopo il record del 1974 (87,33%).
18.09 Le Soir: Sarko 53-56%
Per il quotidiano belga Le Soir, Sarko oscilla tra il 53 e il 56%. Ma, inutile ricordarlo, stiamo inseguendo exit-poll svolti con chissà quali metodi. Attendons!
17.56 L'affluenza finale sarà tra l'85 e l'86%
L'affluenza finale al secondo turno sarà dell'85% secondo IFOP, dell'86% secondo CSA e Ipsos.
17.41 Le Temps e La Tribune: Sarko 54%, Royal 46%
Le Temps precisa: alle 16.15, secondo i propri exit-poll, il distacco tra i due contendenti sarebbe dell'8% per il candidato UMP. Identico responso della Tribune de Genève: Sarkozy oscillerebbe tra il 53 e il 55%. Intanto Sarko ha raggiunto verso le 17 il proprio quartier generale.
17.20 Alle 17 ha votato il 75,11%
E' arrivato il dato delle 17: 75,11% di partecipazione, il più alto dal 1965. Al primo turno, alla stessa ora, era al 73,87%, e al secondo turno del 2002 era al 67,6%.
16.41 Le Temps: "vantaggio di Sarkozy"
Vaghissimo titolo uscito venti minuti fa sull'organo svizzero francofono Le Temps: "secondo tutte le nostre prime informazioni basate su differenti exit-poll (soprattutto dei dipartimenti d'Oltremare) il candidato della destra, Nicolas Sarkozy, sarebbe in testa". Stesse controindicazioni della Tribuna di Ginevra.
15.03 La TdG: Sarkozy accresce il distacco
Secondo la Tribuna di Ginevra di ieri, i sondaggi delle ultime ore, non pubblicabili in Francia nelle 48 ore precedenti il voto, dicono che Sarko cresce ancora sulla Royal: ora il vantaggio sarebbe "tra 8 e 11 punti". Ma la Tribune, quotidiano svizzero che rischia grosso per l'accusa di influenzare le elezioni francesi, le aveva anche sparate grosse nel pre-primo turno. Da prendere con cautela.
14.39 Cresce ancora l'affluenza
Alle 12 ha votato il 34,11%, il tasso più alto di partecipazione a midi dal 1974. Cresce rispetto al primo turno (31,21%). A Parigi, la progressione è ancor più elevata: 29,25% rispetto al 24,56% del 22 aprile. Nei territori d'Oltremare e presso i Francesi all'estero il voto, tenutosi ieri, si è chiuso in forte rialzo. Non c'è molto di nuovo, tuttavia: sempre dal 1974, ogni secondo turno nella Quinta Repubblica ha richiamato più Francesi alle urne del primo, con aumenti dall'1,3% all'8,2%.
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francesco c.
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2:31 PM
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