20.00 TF1: Nicolas Sarkozy è presidente con il 53%
19.58 Le Monde: Nicolas Sarkozy è eletto con una larga maggioranza
Titolone sul sito di Le Monde, che riassume le rilevazioni di quattro istituti di sondaggi: la media dà Sarko al 53,5%.
19.28 "On a gagné"
Canti entusiastici al quartier generale dell'UMP: "abbiamo vinto, abbiamo vinto". A Place de la Concorde "è come la coppa del mondo", dice Libération.
18.57 Toscano: "so il nome dell'uomo che ha vinto"
Ghignante Alberto Toscano, corrispondente del Giornale e in collegamento al Tg4: "non posso ancora dire il nome dell'uomo che ha vinto".
18.38 Preparativi in Place de la Concorde. Chiusa la métro
La notizia non è nuova - da ieri l'UMP, il partito di Sarkozy, sta allestendo un placo nella centralissima Place de la Concorde, a Parigi. Ma ora Libération, quotidiano gauchista, lo mette in prima pagina. Lo stesso giornale riporta che "si sono sentite grida di vittoria" alla salle Gaveau, Parigi, quartier generale dell'UMP, alla "notizia non confermata di rilevazioni interne al partito che darebbero la vittoria a Sarkozy". Intanto, Le Figaro dà la notizia che "in vista di un assembramento di supporters di Sarkozy" le stazioni della metropolitana Concorde, Tuileries e Madeleine sono state chiuse.
18.29 Le stime del Partito Socialista
Stime interne del Partito Socialista francese basate su rilevazioni nei seggi darebbero Nicolas Sarkozy vincitore al 54%. Lo riferisce la televisione francofona svizzera tsr.
Il Liveblogging di Tocque-ville
Salutiamo gli altri bloggers di Tocque-ville che seguono in diretta l'elezione presidenziale francese: Daw, Mario Sechi, Neocon Italiani, RDM20, StarSailor.
18.17 TNS-Sofres: affluenza finale all'86%
Se confermato, il dato sarebbe il più alto della Quinta Repubblica dopo il record del 1974 (87,33%).
18.09 Le Soir: Sarko 53-56%
Per il quotidiano belga Le Soir, Sarko oscilla tra il 53 e il 56%. Ma, inutile ricordarlo, stiamo inseguendo exit-poll svolti con chissà quali metodi. Attendons!
17.56 L'affluenza finale sarà tra l'85 e l'86%
L'affluenza finale al secondo turno sarà dell'85% secondo IFOP, dell'86% secondo CSA e Ipsos.
17.41 Le Temps e La Tribune: Sarko 54%, Royal 46%
Le Temps precisa: alle 16.15, secondo i propri exit-poll, il distacco tra i due contendenti sarebbe dell'8% per il candidato UMP. Identico responso della Tribune de Genève: Sarkozy oscillerebbe tra il 53 e il 55%. Intanto Sarko ha raggiunto verso le 17 il proprio quartier generale.
17.20 Alle 17 ha votato il 75,11%
E' arrivato il dato delle 17: 75,11% di partecipazione, il più alto dal 1965. Al primo turno, alla stessa ora, era al 73,87%, e al secondo turno del 2002 era al 67,6%.
16.41 Le Temps: "vantaggio di Sarkozy"
Vaghissimo titolo uscito venti minuti fa sull'organo svizzero francofono Le Temps: "secondo tutte le nostre prime informazioni basate su differenti exit-poll (soprattutto dei dipartimenti d'Oltremare) il candidato della destra, Nicolas Sarkozy, sarebbe in testa". Stesse controindicazioni della Tribuna di Ginevra.
15.03 La TdG: Sarkozy accresce il distacco
Secondo la Tribuna di Ginevra di ieri, i sondaggi delle ultime ore, non pubblicabili in Francia nelle 48 ore precedenti il voto, dicono che Sarko cresce ancora sulla Royal: ora il vantaggio sarebbe "tra 8 e 11 punti". Ma la Tribune, quotidiano svizzero che rischia grosso per l'accusa di influenzare le elezioni francesi, le aveva anche sparate grosse nel pre-primo turno. Da prendere con cautela.
14.39 Cresce ancora l'affluenza
Alle 12 ha votato il 34,11%, il tasso più alto di partecipazione a midi dal 1974. Cresce rispetto al primo turno (31,21%). A Parigi, la progressione è ancor più elevata: 29,25% rispetto al 24,56% del 22 aprile. Nei territori d'Oltremare e presso i Francesi all'estero il voto, tenutosi ieri, si è chiuso in forte rialzo. Non c'è molto di nuovo, tuttavia: sempre dal 1974, ogni secondo turno nella Quinta Repubblica ha richiamato più Francesi alle urne del primo, con aumenti dall'1,3% all'8,2%.
Sunday, May 06, 2007
Présidentielle - Secondo turno: Liveblogging
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Friday, May 04, 2007
Perché Sarko sarà più importante della Merkel
Quello che Sarko promette - lo abbiamo visto in questi mesi - è più di un nuovo governo, o di un programma efficace, che resterebbero chiusi nel recinto del minimalismo. Il candidato dell'UMP ha parlato invece di una vera rivoluzione culturale, che "liquidi" una volta per tutte l'eredità del '68, e con essa le stanche categorie intellettuali del "politicamente corretto", del "pensiero unico", della fuga nell'irrealtà. Non è nuovo che a destra ci si lamenti delle nefaste conseguenze del '68; è invece un fatto degno di nota che un candidato alle elezioni scelga di farne un cardine del suo programma, e che chiuda la campagna elettorale parlando di questo anziché di tasse, salari o poliziotti di quartiere.
C'è un'altra ragione per cui questa elezione può avere conseguenze storiche. Da sempre la Francia è il polmone culturale d'Europa, quanto la Germania ne è il motore economico, la Gran Bretagna la porta aperta sul mondo, l'Italia il verde giardino. Dal primo medioevo (vedi Madariaga) la Francia ha avvolto l'Europa in una grande fascinazione, in una rete di idee luminose. In Francia è nata sul piano teorico la modernità, mentre in Inghilterra la si sperimentava. E dalla Francia sono nate, attorno all'adesione o al rigetto di questa modernità, le sfumature politiche della destra e della sinistra (vedi Galli Della Loggia). In questo senso, i cambiamenti politici che avvengono in Germania, ad esempio, che a diritto dovrebbero contare di più (se non altro per una questione di demografia e di economia) non sono ugualmente importanti per tutti noi: anche per questo, e non solo per la simpatia che ci suscita Sarko, attendiamo con interesse e speranza il risultato di domenica.
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Thursday, May 03, 2007
Aggiornamenti sulla Présidentielle
1. E' arrivato l'endorsement ufficiale di Jean Marie Colombani, direttore di Le Monde, per Ségolène Royal. Curioso, dalle parole del direttore sembra quasi più forte la preoccupazione per le sorti del Partito Socialista che per quelle del Paese. Infatti: "la sconfitta [di M.me Royal], soprattutto se fosse pesante, farebbe piombare inevitabilmente il PS nei regolamenti di conti, il ritorno in forza di tutti gli arcaismi e di tutte le utopie negative". La sua vittoria, invece, darebbe il la alla trasformazione della sinistra. Conclude Colombani, con una discreta torsione logica: "è una scommessa. Per il Paese, merita di essere giocata".
E questo nonostante nello stesso editoriale si ammetta la "debolezza" del programma socialista, l'assenza di "misure-faro" davvero riformatrici, e si constati la differenza, ad esempio, con Jospin 97 e le sue trentacinque ore. Mah. In compenso, per Colombani, Sarko è portatore di una "concezione che antagonizza" le parti sociali, e il suo potere sui media chiama alla "vigilanza". Da una parte, spiega, c'è la Royal che rappresenta i ceti medi; dall'altra, Sarko è l'uomo dei ricchi e dei poveri, dei due estremi. Allo stesso tempo, però, il direttore di Le Monde ammette che Sarko ha "rifondato la destra" e che il suo è un progetto "coerente e controllato. E' per questo che era assurdo demonizzarlo". Gli fa eco Franz-Olivier Giesbert, dalle colonne di Le Point, quotidiano di centrodestra: la demonizzazione di Sarkozy si sta rivelando "un boomerang", perché "l'odio e l'isteria non sono dei buoni mezzi di comunicazione".
2. Bayrou: non voterò Sarko. Dopo il dibattito di ieri, il capo dell'UDF fa un altro passetto verso i socialisti, attraverso una negazione anzichè un'asserzione, com'è nel suo stile. Riuscirà a dire "Ségolène" entro il voto di domenica? Mi scrive Solenn, elettrice cattolico-moderata di Sarko: "non mi piace questa tattica poco chiara di Bayrou". Forse non è la sola.
3. Ieri c'è stato il dibattito pubblico tra Sarko e Ségo, seguito da milioni di spettatori in Francia e forse anche da qualche consistente migliaia di Italiani che, come me, si sono del tutto disinteressati alle vicende del Milan e hanno invece optato per la diretta di La7. Tutti si sono complimentati con la Royal per la grinta e la decisione (a tratti un po' demagogica) con cui ha attaccato il suo avversario. Io mi complimento per la scelta del look, che per l'ennesima volta era semplciemente perfetto, una delizia di neri e di bianchi. Ma i Francesi sembrano averle preferito Sarko: secondo una rilevazione Opinionway pubblicata da Le Figaro il 53% degli spettatori giudica Sarko "più convincente", rispetto al 31% che gli preferisce la Royal. Il candidato del centrodestra trionfa tra gli elettori centristi: 51 a 25. E' giudicato più "rassicurante". Forse avrà pesato il momento topico in cui Ségolène socialista si è detta "in collera" per come Sarko aveva trattato il tema degli handicappati. La risposta del suo contendente, imperturbabile: "calmatevi, Madame". "No che non mi calmo!". "Un Presidente della Repubblica deve essere calmo", ha risposto Sarko.
4. Ha avuto un discreto impatto, durante il meeting a Bercy, Parigi, il richiamo di Sarkozy al generale De Gaulle: in platea era seduto il figlio, Philippe, che si è quasi commosso. Nei giorni scorsi si era affrettato a dire che lui voterà certamente per Sarkozy, cosa che i Francesi potrebbero tenere in un certo conto. Altro illustre supporter sarkozista: Valery Giscard D'estaing, fondatore dell'UDF.
5. Infine, il sondaggio Ipsos: per l'istituto che è andato più vicino all'azzeccare i risultati del primo turno, a tre giorni dal voto non c'è storia: è un 46,5% a 53,5% per Sarko, sette punti di distacco. Sono molti. Stiamo a vedere.
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Tuesday, May 01, 2007
Piccola guida della Venezia Giulia per irredentisti del XXI secolo
A Albona. Sta in cima a un cucuzzolo sulla strada tra Pola e Fiume. Di Italiani ce ne sono pochi, pochissimi. Sotto al paese sta l'agglomerato minerario di Podlabin, all'inizio del Novecento era un feudo socialisteggiante. Qui le due etnie si sono fatte la guerra e almeno tredici dei nostri sono finiti nelle Foibe. Con Renato, amico napoletano, buttiamo un occhio dentro alla chiesa principale: ci sono i bambini che si preparano per la comunione, pronunciano il proprio nome al microfono uno dopo l'altro, sotto l'occhio delle mamme un po' apprensive e del parroco rustico e bonario che li riprende se parlano troppo piano. Ma in mezzo ai Radovich e ai Bogdanovich ecco "Elisa Luciani", 8 anni, biondina, scandisce il suo nome forte e chiaro. Per noi sulla soglia della chiesa è un piccolo tuffo al cuore.
B Belle Epoque. Un'orgia di belle époque ad Abbazia, sulla costa orientale dell'Istria, a due passi da Fiume. Che delizia venire a fare "la villeggiatura" nel 1910 in questa San Remo degli Asburgo, quando al gran caffè del centro venivano a suonare Strauss e l'estate volava in un passo di valzer... Ma anche vent'anni dopo, quando sotto ai porticati delle villette triestini e fiumani si trovavano a raccontare l'ultimo lavoro di Puccini. Un mondo scomparso.
C Costantinopoli. Lontana e vicina, unico tramite culturale per i Parentini e i Rovignesi e gli altri romanici della costa adriatica nell'altissimo medioevo, quando a dieci chilometri, nella campagna dell'entroterra, correvano le bande slave e la strada era dunque sbarrata. Capodistria si chiamava Giustinopoli. A Parenzo leggevano i codici nella basilica rivestita di mosaici dorati, sembra un po' Ravenna. Adesso si può andare a mangiare un buon carpaccio di pesce nel ristorante affacciato sul porticciolo.
H Harry's Bar. Ci era stato segnalato da persona accorta, sull'angolo di Piazza Oberdan, a Trieste, dove partono gli autobus per Barcola. Posto squallido. Da evitare.
K Via Kandler. Una traversa di Via Giulia. C'è un affittacamere molto carino. Da ricordare.
L Lotta Popolare di Liberazione. LPL. Così chiamarono in Jugoslavia la carneficina di Italiani praticata tra il 1943 e la fine della guerra dai partigiani titini. Una sovrabbondanza di targhe nei comuni istriani dove il turismo di massa arriva meno, per fortuna coperte dalle fronde degli alberi e dall'incuria degli abitanti attuali, che al massimo pensano ai benefici economici dell'ingresso nella UE. Sulle targhe, gli Italiani sono sempre "fascisti"; i partigiani agirono in nome dell' "amicizia italo-slava".
M Milano. "Siamo di Milano", hanno detto gli sciattoni sul corso principale di Fiume. "Non è che avete roba, o sapete dove la vendono qui..."
Milano, o più probabilmente Rozzano, Abbiategrasso, Quarto Oggiaro: che importa? Questi ragazzotti sono venuti fin qui in cerca dell'Est, concetto vaghissimo e sfumato, approdando a Fiume, ma per loro potrebbe essere Kiev, Praga o Bucarest: importa solo farsi un po' di canne, come nella periferia milanese. Li abbiamo reindirizzati a Lubiana, magari là trovano qualcosa, nelle discoteche dei sobborghi, che si dice siano più mondane e internazionali delle nostre.
N Nomi dei paesi. Laurana, Moschiena, Pinguente, Veglia, Sanvincenti. Erano pieni di musica e poesia, spesso più di quelli dei comuni rimasti italiani, nelle province di Udine e di Gorizia. Ora gli stessi luoghi si chiamano Lovran, Moscenice, Buzet, Krk, Svetvincenat. Guai a chi si dimentica il loro toponimo italiano, e chiama l'amico al cellulare dicendogli di stare a Koper anziché a Capodistria: si merita un internamento in una palazzina scrostata del socialismo reale, di quelle che stanno intorno a Rijeka, pardon, Fiume.
P Pepi. Trattoria a buffet davanti al palazzo della Borsa, a Trieste. Detto universalmente "Pepi sciavo", i Triestini sennò non capiscono. S-ciavo, cioè schiavo, cioè slavo, è l'etimologia, immune dal politicamente corretto. Sosta doverosa per una gran bella mangiata di carne. Molta senape e rafano, quasi una scoperta per l'amico napoletano che, giustamente, a malapena sa cosa siano queste stramberie nordiche.
Q Quarnero, o Carnaro. E' il golfo di Fiume, su cui si affacciano le prime isole dalmate, meta di un prossimo viaggio, spero presto. Dal 1920 al '21 D'Annunzio ci fece la Reggenza del Carnaro, ed evitò una mutilazione e un esodo forzato. Che comunque avvenne, lo sappiamo, a distanza di un paio di decenni.
S Snazionalizzazione. "La violenta politica di snazionalizzazione perpetrata dal fascismo giuliano". Tutte balle. Basta vedersi il censimento segreto del 1936. Croati e Sloveni stavano fermi sulle percentuali di quindici anni prima, dove non aumentavano addirittura. Quando Mussolini lo lesse si incazzò parecchio. Ma niente cambiò anche allora: gli occhi degli Italiani erano altrove, alla "quarta sponda" libica, alla Somalia, all'Abissinia.
T Teognide. Era un grande poeta di Megara, scrisse elegie avvolte da un cupo pessimismo per il degrado dei tempi. Era anche il nickname di un amico conosciuto su internet, e ieri conosciuto in carne e ossa, appuntamento alle dieci e mezza della sera in Piazza Unità, a Trieste. E' un incontro inaspettato, improbabile, inconsueto. Capelli rossi, carni bianche, andatura nervosa. Anche lui ha la sua modernità da criticare, la sua bella retorica densa di disprezzo per il mondo che gli cambia intorno. "Trieste non vale niente - dice - è un emporio sorto dal nulla duecentocinquant'anni fa. Non vedete come è finta, inautentica?" A me più che quello di un conservatore sembra il linguaggio dei neomarxisti, più che Teognide mi pare Walter Benjamin. E' proprio vero che gli estremi si toccano.
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Wednesday, April 25, 2007
25 aprile: San Marco
E' il 25 aprile e la tradizione vuole che oggi si festeggi San Marco evangelista, patrono di Venezia e autore del più antico dei quattro Vangeli. E' una bella giornata di sole, un po' afosa a dire il vero. L'ideale sarebbe dunque una dolce trasferta veneziana, per andare a visitare una delle basiliche più belle della cristianità, dove San Marco oggi riposa, e per pensare al tempo lontano quando insieme alle spezie e ai tessuti i mercanti portavano dall'Oriente le spoglie sacre dei nostri santi. Adesso, al massimo, per le bocche della Laguna ci passano un paio di petroliere.
E' il 25 aprile: Viva San Marco!
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Sunday, April 22, 2007
Un voto del Ventunesimo Secolo
Identità, sicurezza, valori, scelte morali. I temi della campagna delle Presidenziali 2007: urgenti, ineliminabili, inevitabili. Sono Sarkozy e Royal, e Sarkozy con qualche significativo punto di distacco, i protagonisti di un voto storico: l'85% dei Francesi, mai così tanti da 40 anni, una cifra altissima, sono andati a votare, chiamati dai grandi temi della politica contemporanea.
I primi voti reali (vedi il sito di El Pais) dicono 30 a 24, un bello stacco, sei punti. Sono preziosi per la vittoria di Nicolas Sarkozy al secondo turno.
Identità, sicurezza, valori, scelte morali. Li aveva snobbati Bayrou, il candidato della noia centrista, della moderazione intesa come indecisione: ed è rimasto indietro. Anche Le Pen e la sua destra cupa e conservatrice è in forte affanno, e di questo (più che le grida isteriche della gauche) i democratici dovrebbero ringraziare la nuova destra sarkozista, che gli ha tolto il tappeto da sotto i piedi.
Noi, si sa, tifiamo per Sarko, che ha appena rilasciato un bellissimo discorso: www.sarkozy.fr lo mette online.
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Sarko è avanti
Sarkozy è avanti sulla Royal. Di quanto? Due, tre, cinque punti. Ma secondo tutti gli istituti di sondaggi, il candidato del centrodestra è primo nella sfida presidenziale. Gli altri starebbero indietro, tanto, troppo per minacciare il bipolarismo Ump-Ps. Vediam come le cose vanno avanti. Su Canale 5 l'inviata da Parigi (Mimosa Martini? Non ricordo) ha parlato di "lunghe code" ai seggi parigini. Tutta la Francia ha votato con alta partecipazione, forse si supera il record (84,7%) del 1965.
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Primi Exit-Poll: è un Sarkozy-Royal
Secondo tutte le prime rilevazioni, oscurate in Francia ma leggibili sul sito del Corriere in una sintesi, Sarkozy e Royal sono molto avanti rispetto a tutti gli altri. Per la Tribuna di Ginevra siamo a un 26-30% per Sarko e a un 23-27% per la Royal. Bayrou resta piuttosto indietro. Ma gli exit-poll si sa, sono poco più che un oroscopo. Si deve ancora attendere.
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Alle 17 siamo al 74%
Dato record di affluenza alle presidenziali francesi. Alle 17 si sono recati a votare il 73,87% dei votanti. Lo dice il Ministero dell'Interno.
Per CSA l'affluenza finale, alle 20, sarà dell'85%. Ifop stima un 87%. Si tratterebbe di un record storico di partecipazione, il più alto della Quinta Repubblica.
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"Mai visto"
"Ci si deve battere per andare a votare, è la rivoluzione!" A Bordeaux, feudo elettorale della destra gollista, i responsabili del voto sono stupiti. "Mai visto", dicono, che ci si dovesse mettere in coda fuori dai seggi: vedi il reportage di Libération, da un po' tutta la Francia. A breve arriverà il dato dell 17.
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Alle urne, alle urne
In Francia l'affluenza al primo turno alle ore 12 risulta in forte rialzo rispetto al 2002: 31,21% contro il 21,4% delle precedenti elezioni. Era dai tempi di Mitterrand che non si vedeva una cosa così. "Aux urnes, citoyens!", titola Le Figaro parafrasando la Marsigliese. Se il dato dovesse essere confermato nelle prossime rilevazioni, saremmo di fronte a un fenomeno analogo a quello italiano del 2006 e degli USA 2004: una tendenza opposta rispetto a quella a cui eravamo abituati negli ultimi vent'anni, della disaffezione e della noia. Ci penseranno su, forse, sondaggisti e cronisti che hanno passato l'ultimo mese a spiegarci che l'astensione al voto in Francia era altissima. A dopo.
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Saturday, April 21, 2007
Domani la Francia vota. Sarko è in testa
Ci dicano tutto quello che vogliono, i nostri cronisti wishy-washy: che ci saranno tanti astenuti, che l'incertezza prevale, che c'è l'incognita Bayrou, che forse Le Pen va su, che forse no, che però Ségolène ha avuto ospite Zapatero.
Ma i perenni indecisi sono loro, i commentatori, che hanno paura di esporsi. La verità è che Sarko va forte, e che ci sono serie possibilità, ragionevoli speranze, che domani risulti il candidato più votato al primo turno delle presidenziali francesi.
Ecco il suo spot sulla identità: è un manifesto dei tempi nuovi, perché parla con audacia e franchezza e affronta il grande problema che l'Europa (tutti noi quindi) ha di fronte: qual è il contenuto di idee e valori che uno stato deve possedere, per essere accettato o respinto? Lo fa con simbologia e psicologia tipicamente francese - con l'immagine di una donna che si ama o si lascia. Non è un candidato perfetto, Nicolas Sarkozy; ma è un candidato del XXI secolo, a differenza dei suoi competitors. E questo è uno spot del XXI secolo, guardatelo.
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Tuesday, April 17, 2007
Il nuovo turismo è il turismo dell'acqua
Portare a Cortina d'Ampezzo il "turismo dell'acqua"? Sembra fantascienza, a giudicare dalle strutture esistenti, che cadono a pezzi, a cominciare dalla piscina comunale. Ma per il presidente di Confindustria Belluno Valentino Vascellari è una sfida possibile, che Cortina può e dovrebbe raccogliere. "E' l'unico modo per prolungare la stagione turistica in montagna, che altrimenti si riduce a un mese o poco più", ha spiegato nel corso della trasmissione di Canale Italia Notizie Oggi, condotta da Luigi Bacialli.
Che cos'è il turismo dell'acqua? Letteralmente, tutta l'industria turistica che ruota intorno alle piscine, alle terme, alle saune. Una realtà emergente, in un contesto storico che spinge il consumatore a ricercare il benessere come valvola di sfogo dall'opprimente quotidianità metropolitana. Al turista postmoderno insomma non basta più il tradizionale soggiorno con amici o parenti a base di escursioni e passeggiate, pedule e stelle alpine. Ma forse non è una questione di modernità o arretratezza, ma di abitudini culturali, che da noi stentano ancora ad affermarsi. Uno sguardo alle località turistiche dell'onnipresente Alto Adige rende evidente il gap: quanti centri di benessere con terapie a base di acqua, quanti acquafun e piscine e vasche e vapori e idormassaggi? Per non parlare dei vicini austriaci, per i quali un impianto idrotermale è un must, una necessità, per un paese di villeggiatura che si rispetti.
Anche per questo, e per ovviare alla realtà drammatica di una stagione che si riduce e si intensifica di anno in anno, con l'ossessiva rincorsa ai quindici giorni scarsi di esposizione vacanziera, Vascellari auspica un cambiamento di strategia. Cortina è bella e fichetta, ma, fa intendere il presidente, può fare molto, molto di più. Può armarsi alla conquista delle stagioni morte. Chissà che a questo punto non siano operatori esterni a portare nelle nostre zone una cultura turistica che, per ora, non ci appartiene.
Intanto Vascellari guarda alle infrastrutture della Provincia di Belluno, che portano turismo e servizi alel industrie: al raccordo autostradale da Belluno a Tolmezzo soprattutto, che passerà per una parte del Cadore (la zona di Calalzo, Domegge e Lozzo) e poi sotto al passo della Mauria, per finire nell'alto Friuli. Un'opera che ha ricevuto l'input giusto, perché "si è manifestata la volontà collettiva di tanti comuni della provincia", e che quindi non è lontana dal trasformarsi in cantiere aperto. Sfuma invece, si allontana inesorabilmente all'orizzonte, la famosa tangenziale di Cortina voluta e promessa dall'ex ministro Lunardi. Restano un po' di carte depositate all'Anas e qualche proiezione catastrofista prodotta dai gruppi verdi di opposizione. Insomma, smaltite le code a Longarone e a Pieve di Cadore, bypassati i tanti centri della Val Pusteria con altrettante circonvallazioni, turisti e residenti di Cortina avranno sempre la cara vecchia certezza di un paio di chilometri di serpentone a passo d'uomo direttamente nella Conca.
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Monday, April 16, 2007
Separati in casa: Cortina verso il Südtirol?
Separatismo: da Cortina d'Ampezzo a Rovigo, il Veneto perde i pezzi. Perché?
Ne parlerò domattina, a partire dalle 6.30, durante la trasmissione di Canale Italia Notizie Oggi, condotta da Luigi Bacialli. Presente in studio anche il Presidente degli Industriali di Belluno, Valentino Vascellari.
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Saturday, April 07, 2007
Cortina lascia la Serenissima? Una provocazione.
Il Consiglio comunale di Cortina ha dato il via libera ieri alla richiesta di indire un referendum per cambiare regione. Con il voto unanime dei 15 consiglieri presenti, si è deciso di avviare le procedure che dovrebbero concludersi nel prossimo autunno, con la chiamata alle urne dei cittadini per dire se vogliono lasciare il Veneto per passare in Trentino Alto Adige.
Prima di ogni considerazione di ordine economico sull'opportunità o meno di passare con l'Alto Adige, una precisazione di carattere "culturale".
Dal 1077 al 1420 Cortina fa parte della Patria del Friuli, dipende cioè dal patriarca di Aquileia.
Dal 1420 al 1511 fa parte della Serenissima Repubblica di Venezia.
Dal 1511 al 1918 è incorporata ai domini asburgici, con ampie autonomie.
A Cortina si parla un dialetto unico e specifico, che fa parte del gruppo delle lingue ladine, che a loro volta rientrano nel gruppo delle lingue retoromanze. E' una forma di volgare, un'evoluzione del latino alternativa rispetto all'italiano fiorentino, al veneto, al castigliano. Non fa parte della famiglia delle lingue germaniche. A Cortina non si è mai parlato il tedesco.
Geograficamente, Cortina è al di qua della linea di spartiacque, cioè il suo torrente, il Boite, si getta nel Piave e di là nell'Adriatico. A dieci chilometri abitano gli eterni rivali sanvitesi, che parlano un dialetto leggermente diverso - in pratica, mentre un Ampezzano dice "zinchezènto" un sanvitese dice "thinchethènto". A trenta chilometri, a Dobbiaco, stanno i bucolici paesaggi della Val d'Isarco, nel mezzo il tranquillo fiume che finisce nel Danubio e poi nel Mar Nero (!). Là ci sono i Kraler, i Pircher, gli Oberhofer, qua gli Alverà, i Ghedina, gli Zardini.
Non c'è alcuna supposta "ragione culturale" per cui Cortina dovrebbe stare con l'Alto Adige-Südtirol. Ci possono essere interessanti e legittime considerazioni di convenienza economica e turistica. Ok. Dopotutto, siamo circondati da territori a statuto speciale, che godono di privilegi economici incredibili, e praticano pertanto una concorrenza sleale.
E allora, se questo è il vero motivo, chi se ne importa di quale statuto speciale. Andiamo col Friuli-Venezia Giulia. In fondo, un legame storico c'è: sono altrettanti quattrocento anni di cammino in comune. Cortina come villaggio è nata durante il pacifico medioevo, sotto la protezione del Patriarca, formalmente di Aquileia, in realtà residente a Udine, quando i primi coraggiosi sono venuti a sfidare il bosco, a coltivare i campi, a pascolare le vacche e le pecore. Era, la Patria del Friuli, uno "stato ladino a sud delle Alpi", come dice Richebuono. Eccola qua, pronta, l'autonomia, e lo Statuto speciale. E gli schei.
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Monday, April 02, 2007
Gli Inglesi sono sempre più avanti
Mentre da noi impazza il sito dei colleghi padovani che mettono online tutti i video col peggio della scuola italiana, nel Regno Unito, dove a quanto pare il bullismo è un problema sociale, arrivano nuove (doverose) disposizioni a favore degli insegnanti: sì a ragionevoli interventi disciplinari, sì a perquisizioni, sì al "sabato punitivo" passato a scuola anziché a casa. LEGGI.
Dai tempi del Domesday Book, il primo censimento della storia, nell'XI secolo (!), gli Inglesi sono "sempre più avanti". Mentre Cameron e Brown fanno la gara a chi è più verde, nel Paese clamorosi ripensamenti di giornali e istituzioni abbattono uno dopo l'altro i simboli della sciatteria moderna: a parte le novità in materia di ordine a scuola, ha fatto scalpore un paio di settimane fa la prima pagina dell'Independent, che sulla cannabis dice con onestà: "abbiamo sbagliato", quando vi dicevamo che in fondo non fa male. Our apologies.
In Italia aspettiamo impazienti.
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Thursday, March 29, 2007
Francia e identità: la lezione di Finkielkraut
Alain Finkielkraut, il filosofo ebreo francese che con Glucksmann e altri forma l'élite culturale della nouvelle droite, ha tenuto la settimana scorsa un intervento presso l'Università di Tel-Aviv. Il quotidiano Haaretz riporta una sintesi del discorso di Finkielkraut, il cui supporto per Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 22 aprile, pur non ufficiale, è più che evidente.
Il multiculturalismo ha fallito, dice Finkielkraut. Gli Ebrei sono in pericolo in un paese "post-nazionale", che rifiuta il sentimento di Patria in favore della neutralità identitaria, perché allora minoranze più forti, come quella islamica, possono vincere con la violenza. E nel mirino non ci sono solo gli Ebrei, ma anche i Cristiani, attraverso "la semplicistica riduzione della politica in due forze opposte: la borghesia contro gli immigranti". Infatti, "in questo modo il Cristianesimo può essere costantemente attaccato, ma è proibito dire una sola parola dell'Islam, perché è la religione degli oppressi e se dici qualcosa contro di essa, allora sei un razzista".
Come riportato nell'articolo, Finkielkraut è stato oggetto di una violenta campagna denigratoria nel novembre 2005 per alcune osservazioni "scomode" sulla necessità di fermare i "selvaggi" che devastavano le periferie ("racaille", direbbe Sarkozy) anziché sforzarsi eternamente di "ascoltare" e "comprendere".
"Ecco perché Sarkozy ha successo: perché non usa un linguaggio politicamente corretto. Dice la verità, e la gente ascolta".
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Saturday, March 24, 2007
Francia e identità: Bayrou alza il sopracciglio
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Friday, March 23, 2007
Il berlusconismo latente
Un po' di tempo fa, Ferdinando Adornato e molti altri esponenti del centrodestra si sono trovati a Roma per parlare di Berlusconi, anzi, del berlusconismo. Il risultato dei loro incontri si trova sulla rivista di Fondazione Liberal in edicola in questi giorni, e a questo link è possibile leggere l'intervento di Adornato. L'analisi è interessante, ma un po' l'abbiamo già letta: il liberalismo popolare di cui parla con toni (giustamente) entusiastici Don Gianni, la sintesi tra continuità e innovazione, il superamento dell'opposizione laici/cattolici. Eccetera.
Quello che manca, però, a mio parere, nelle analisi un po' "sdraiate" e apologetiche della destra e in quelle apocalittiche e isteriche della sinistra è una lettura su una seconda conseguenza del fenomeno Berlusconi, che nel bene e nel male investe l'Italia dal 1994: il berlusconismo latente.
Seguendo la parabola politica ed elettorale di Forza Italia si potrebbe infatti dedurre che l'universo berlusconiano coincida con quello del suo partito, cioè grosso modo di un 20 - 30% dell'elettorato italiano; che sia fatto in prevalenza da casalinghe, pensionati e lavoratori autonomi; che si riveli soprattutto in certe regioni "azzurre" (Lombardia, Veneto, Puglia e Sicilia le più fedeli); che si ritrovi in occasione delle elezioni in grandi convention e sfondi azzurrini. Tutto vero, ma c'è dell'altro.Questo è infatti il berlusconismo "ufficiale", potremmo dire istituzionale se non fosse che l'aggettivo mal si accorda con lo spirito poco istituzionale e anzi un po' allegramente anarchico di Forza Italia. Il vero fatto politico e sociale che emerge in questo lungo decennio è invece che l'impronta di Berlusconi si riflette paradossalmente su quei settori di società e di opinione pubblica che berlusconiani non si dichiarano, e che Berlusconi alle elezioni non lo votano.
1. Prima di tutto bisogna analizzare il "berlusconismo non ufficiale" degli alleati. La fedeltà di partito impone agli elettori di An, Udc e Lega una scelta elettorale che può creare problemi seri a Berlusconi (che manovrerebbe più volentieri la scena politica con Forza Italia al 51%, come usa dire). Ma in realtà gli elettori di Casini non vogliono davvero avversare Berlusconi, e tantomeno quelli di An e Lega. Essi nutrono anzi in larga maggioranza una gran simpatia verso il leader della "coalizione", e per un altro apparente paradosso, non vorrebbero davvero che Fini, Casini, Bossi o Maroni o Calderoli stessero al posto suo. Perchè altrimenti quegli indici di gradimento così elevati, in tutti i sondaggi, per Fini e Casini, che poi elettoralmente sono battuti sonoramente da Forza Italia? E perché la corrente dei "berlusconiani" di AN (che curiosamente coincidono con i cosiddetti "finiani"!) continua ad essere maggioritaria nel partito rispetto all destra sociale? E', semmai, quella del composito mondo del centrodestra, una "risposta" dialettica e sorridente al Cavaliere, che permette tra l'altro che il berlusconismo si compenetri nel tessuto culturale italiano in modo più graduale ma anche più sottile e profondo: insomma, quello più efficace per far sì che la "rivoluzione" berlusconiana sia durevole anche dopo la scomparsa (politica) del suo fautore.
Non dovrebbe stupire, se leggiamo il comportamento sociale degli Italiani sulla base della loro eredità culturale cattolica. Il cattolicesimo, al contrario del protestantesimo, è fatto di grandi figure di mediazione, di gerarchie, di Santi e santini, di padri della Chiesa. In ambito spirituale, il santo è colui che, agostinianamente, raccoglie la fede dell'umile e la trasferisce al Padre (la intercessione). Nel suo alveo si è sviluppato il feudalesimo, un sistema che permette la fedeltà a più figure sovrapposte, per cui attraverso il mio signore io sono suddito del re - ovvero: con la mediazione del conte io riconosco l'autorità del sovrano. Sono figure - religiose o secolari - di cui il mondo protestante si è liberato da alcuni secoli e quindi poco comprensibili in una lettura "protestante" della politica: negli Stati Uniti, in Gran Bretagna non esistono le "coalizioni", esistono i partiti con il proprio candidato.
Così, il berlusconismo del "popolo del centrodestra" si fa manifesto il 2 dicembre in Piazza San Giovanni: non c'è dubbio, quella piazza era per lui, per Berlusconi, anzi per Silvio, Silvio che "liberaci dai comunisti", Silvio che "basta tasse", Silvio che "ritorna, ritorna". Silvio: non Gianfranco, Umberto, Roberto, tantomeno Pierferdinando. Berlusconi può sperare che quei due milioni di cittadini voteranno poi tutti per lui - per Forza Italia cioé: ma è chiaro ormai che questo non accadrà. Non è accaduto per tredici anni, e gli alleati di coalizione hanno il proprio elettorato radicato e fedele. No, la piazza è tornata a casa con le proprie bandiere di partito, con le fiamme, gli scudi crociati, Alberti da Giussano, edere, tricolori, stelle a sei punte, stelle e strisce, croci celtiche. Un mondo variegato, plurale, anarchico, e spesso conflittuale e incerto. Ma latentemente berlusconiano.
2. In secondo luogo gli avversari. Sì, il berlusconismo vince e si diffonde nel momento in cui impone alla sinistra il cambiamento, più o meno profondo, dello stile e delle figure. Vince nel momento in cui impone Prodi come candidato dell'Unione. Il berlusconismo è tutto incarnato nella figura di Prodi, una figura modellata sul proprio avversario, sulla promessa di essere esattamente l'opposto del Cavaliere, più che nella proposta politica nei valori, nell'immagine, nella cultura di riferimento. Lo ha detto anche Francesco Verderami nell'ultima puntata di R come Retroscena, il suo nuovo programma su La7: i due avversari servono l'uno all'altro poiché è la loro dialettica che si è sovrapposta a quella precedente, partitica, della Prima Repubblica. Quello che la trasmissione mancava di aggiungere, però, è che questa dialettica l'ha imposta lui, Berlusconi, con due anni di anticipo sulla scelta dell'Ulivo di candidare Prodi. E' nell'impossibilità di "superare" Berlusconi con una proposta politica indipendente che si misura l'effetto del berlusconismo nel centrosinistra. (Forse una prima alternativa è rappresentata dalle liberalizzazioni di Bersani, che tentano di togliere terreno al centrodestra attraverso un'operazione mediaticamente affine, di taglio liberistico, ma vicina alla tradizionale ostilità della sinistra verso alcuni ceti sociali). Larga vittoria del berlusconismo è anche in quei settori mediatici nominalmente "di sinistra" ma che di fatto più o meno consciamente riflettono, anche nelle critiche feroci, il sistema berlusconiano: Mentana, Costanzo, Lerner, Santoro, La Gialappa's, i comici di Zelig.
3. E' però nel vastissimo campo dei "senza partito" che il berlusconismo latente dimostra la sua affermazione. Con "senza partito" penso non solo ai milioni di Italiani che non votano o votano scheda bianca/nulla, ma anche quegli altri milioni che decidono alla fine, senza opzione ideologica o fedeltà partitica: in pratica, la maggioranza, in entrambi gli schieramenti. Che essi poi votino a destra o a sinistra, non importa: la società italiana è latentemente berlusconiana, da tredici anni a questa parte. In che modo? Io lo riassumerei nella perdita di un certo vincolo resistenziale.
La prima Repubblica aveva funzionato sull'identificazione del "buon cittadino" con l'"antifascista", anche quando il fascismo davvero non c'era più da alcuni decenni, e sull'agitazione dello spauracchio fascista. Il sistema, che aveva un senso e forse delle fondate ragioni nell'immediato dopoguerra, si era fatto sempre più strumentale, lontano, inadeguato man mano che il tempo passava. Eppure continuava a funzionare: mi viene in mente una scena: quella di Paolo Pillitteri, allora sindaco di Milano, che nel 1991, di fronte alla protesta dei tranvieri cittadini grida: "fascisti, fascisti! squadristi! nazisti!". (Vedi). Allora quelle accuse - rivolte da Pillitteri a dei poveretti probabilmente in buona parte iscritti alla CGIL o alla UIL - avevano ancora un certo potere di criminalizzazione sociale: non razionale, emotivo. Cosa pensava la gente di te se qualcuno ti apostrofava come "fascista" o "nazista"? Ora, dopo 13 anni di berlusconismo latente, non ce l'hanno più. Dire "fascista", a parte nelle aule "sorde e grigie" delle facoltà di scienze politiche e nei collettivi studenteschi, non ha più un senso, è totalmente sorpassato. E non perché gli Italiani siano diventati fascisti, o perché i berlusconiani lo siano, anzi. I nostalgici sono sempre meno. Ora, semmai, se uno sente dire "fascista, nazista" pensa: che vocabolario "vecchio". Ed è con una certa noia crescente (non ostilità - semplice noia) che l'Italiano medio ascolta le cronache dei partigiani, le loro epopee guerresche, ne apprezza la figura, vi si sente emotivamente legato. Ciampi, berlusconiano latente, ha discretamente accostato alla figura del partigiano (proprio lui, Resistente!) quella dell'eroe risorgimentale, producendo di fatto un'equazione tra i due e finendo per desacralizzare il primo. In sostanza, il berlusconismo latente ha archiviato l'universo valoriale resistenziale. E con esso ha chiuso, in parte, una parentesi della nostra storia che forse si era protratta un po' troppo a lungo.
Allo stile indiretto, teorico, parlamentare della prima repubblica - concertazione, convergenze, unità sindacale, centralismo, repubblicanesimo, antifascismo - si è sostituito lo stile berlusconiano. Più "becero" se vogliamo, più "volgare" (senza caratterizzazione negativa del termine, anzi), ma anche più chiaro e leggibile: decisionismo, schiettezza, semplicità, battute e battutacce, sorrisi, sguardi, etichette e slogan politici. Ad un procedimento di affiliazione ideologico e razionalizzato si è sostituita una sorta di empatia tra il politico e l'elettore, che funziona molto bene nel caso del Cavaliere, ma che è stata presto emulata da tutte le altre forze politiche. Le vecchie parole d'ordine delle segreterie e dei comitati centrali, i documenti programmatici, le tesi congressuali, sono stati letteralmente spazzati via. Contemporaneamente, il berlusconismo latente esplodeva nella televisione e soprattutto nei telegiornali, con il berlusconiano latente Enrico Mentana (molto più che Emilio Fede) come capofila, con le sue notizie urlate, lo spazio alla cronaca, ai "fatti", la riduzione del parlamento a uno spazio tra i tanti della società italiana. La notizia per tutti è che questo stile è acquisito definitivamente, che non si tornerà, metaforicamente parlando, alla TV in bianco e nero che voleva il buon Ugo La Malfa.
Non è quindi nelle varie riforme e riformette, nelle "grandi opere", realizzate o abortite, in questo o quel provvedimento, che si deve misurare la cosiddetta rivoluzione berlusconiana. Come era naturale che accadesse in Italia, i risultati pratici del Governo Berlusconi si sono dimostrati al di sotto delle attese dei suoi sostenitori, ciò che ha provocato una prima, sottile delusione nell'elettorato della Cdl. Tuttavia, alla delusione è seguito un nuovo sostegno, anzi una nuova simpatia, più generica, ma, direi, anche più autentica, che viene sì dal 23,7% di Forza Italia ma soprattutto dai milioni che il Cavaliere lo guardano con un sorriso o con un ghigno, scherzandoci, sfottendolo, criticandolo, ridicolizzandolo. In questo Paese cattolico, "doppio", in cui a un messaggio manifesto si accompagna sempre un contenuto latente, emozionale, difficile a definirsi, è cresciuta un'affiliazione a Berlusconi che ha ben poco dello stile elettoralistico e americano di Forza Italia. E le vicende coniugali della "coppia presidenziale", con quell'infrazione più o meno volontaria della (sorpassata) consudetudine italiana di massima privacy delle figure pubbliche, quella reciproca invasione di campo tra Berlusconi e gli Italiani, per cui la lettera di Veronica entrava nelle case mentre l'occhio indiscreto dei cittadini si infilava nella villa di Macherio, ne sono la simpatica testimonianza. In quell'occasione, come in molte altre, il berlusconismo latente ha di fatto sorpassato il berlusconismo manifesto.
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Wednesday, March 21, 2007
Monsieur Sarkozy allo Zénith
Domenica scorsa Nicolas Sarkozy ha tenuto un discorso ai giovani dell'UMP, il partito di centrodestra che lo supporta alle presidenziali del 22 aprile, allo "Zénith" di Parigi. A questo link il testo integrale, in francese. E' un discorso bellissimo, rivolto a una generazione disillusa, che ha il coraggio di presentare anche le asperità e le durezze del futuro, della vita, della politica. Scevro dai buonismi elettorali. E' un discorso fondato sulle sfide della libertà: libertà di aprirsi all'esperienza, libertà di rischiare e di sperare. Libertà di amare. E' un discorso che esprime una rivolta al minimalismo elettoralistico del "meno tasse" e "lotta alla disoccupazione" rispettivamente di destra e sinistra. Chiude forse in questo senso la pur gloriosa stagione degli 80s, pane yuppies e tagli allo stato sociale. Chiede e offre, invece, valori e idee. E' un discorso morale ma non moralista.
Forse è azzardato collegare tutto questo a un personaggio che sta (in tutti i sensi) ben più in alto di Sarko, Benedetto XVI (dando a Dio quel che è di Dio e al Cesare di Francia quel che è di Cesare).
Forse no.
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