Wednesday, April 25, 2007

25 aprile: San Marco

E' il 25 aprile e la tradizione vuole che oggi si festeggi San Marco evangelista, patrono di Venezia e autore del più antico dei quattro Vangeli. E' una bella giornata di sole, un po' afosa a dire il vero. L'ideale sarebbe dunque una dolce trasferta veneziana, per andare a visitare una delle basiliche più belle della cristianità, dove San Marco oggi riposa, e per pensare al tempo lontano quando insieme alle spezie e ai tessuti i mercanti portavano dall'Oriente le spoglie sacre dei nostri santi. Adesso, al massimo, per le bocche della Laguna ci passano un paio di petroliere.

E' il 25 aprile: Viva San Marco!

Sunday, April 22, 2007

Un voto del Ventunesimo Secolo

Identità, sicurezza, valori, scelte morali. I temi della campagna delle Presidenziali 2007: urgenti, ineliminabili, inevitabili. Sono Sarkozy e Royal, e Sarkozy con qualche significativo punto di distacco, i protagonisti di un voto storico: l'85% dei Francesi, mai così tanti da 40 anni, una cifra altissima, sono andati a votare, chiamati dai grandi temi della politica contemporanea.

I primi voti reali (vedi il sito di El Pais) dicono 30 a 24, un bello stacco, sei punti. Sono preziosi per la vittoria di Nicolas Sarkozy al secondo turno.

Identità, sicurezza, valori, scelte morali. Li aveva snobbati Bayrou, il candidato della noia centrista, della moderazione intesa come indecisione: ed è rimasto indietro. Anche Le Pen e la sua destra cupa e conservatrice è in forte affanno, e di questo (più che le grida isteriche della gauche) i democratici dovrebbero ringraziare la nuova destra sarkozista, che gli ha tolto il tappeto da sotto i piedi.

Noi, si sa, tifiamo per Sarko, che ha appena rilasciato un bellissimo discorso: www.sarkozy.fr lo mette online.

Sarko è avanti

Sarkozy è avanti sulla Royal. Di quanto? Due, tre, cinque punti. Ma secondo tutti gli istituti di sondaggi, il candidato del centrodestra è primo nella sfida presidenziale. Gli altri starebbero indietro, tanto, troppo per minacciare il bipolarismo Ump-Ps. Vediam come le cose vanno avanti. Su Canale 5 l'inviata da Parigi (Mimosa Martini? Non ricordo) ha parlato di "lunghe code" ai seggi parigini. Tutta la Francia ha votato con alta partecipazione, forse si supera il record (84,7%) del 1965.

Primi Exit-Poll: è un Sarkozy-Royal

Secondo tutte le prime rilevazioni, oscurate in Francia ma leggibili sul sito del Corriere in una sintesi, Sarkozy e Royal sono molto avanti rispetto a tutti gli altri. Per la Tribuna di Ginevra siamo a un 26-30% per Sarko e a un 23-27% per la Royal. Bayrou resta piuttosto indietro. Ma gli exit-poll si sa, sono poco più che un oroscopo. Si deve ancora attendere.

Alle 17 siamo al 74%

Dato record di affluenza alle presidenziali francesi. Alle 17 si sono recati a votare il 73,87% dei votanti. Lo dice il Ministero dell'Interno.

Per CSA l'affluenza finale, alle 20, sarà dell'85%. Ifop stima un 87%. Si tratterebbe di un record storico di partecipazione, il più alto della Quinta Repubblica.

"Mai visto"

"Ci si deve battere per andare a votare, è la rivoluzione!" A Bordeaux, feudo elettorale della destra gollista, i responsabili del voto sono stupiti. "Mai visto", dicono, che ci si dovesse mettere in coda fuori dai seggi: vedi il reportage di Libération, da un po' tutta la Francia. A breve arriverà il dato dell 17.

Alle urne, alle urne

In Francia l'affluenza al primo turno alle ore 12 risulta in forte rialzo rispetto al 2002: 31,21% contro il 21,4% delle precedenti elezioni. Era dai tempi di Mitterrand che non si vedeva una cosa così. "Aux urnes, citoyens!", titola Le Figaro parafrasando la Marsigliese. Se il dato dovesse essere confermato nelle prossime rilevazioni, saremmo di fronte a un fenomeno analogo a quello italiano del 2006 e degli USA 2004: una tendenza opposta rispetto a quella a cui eravamo abituati negli ultimi vent'anni, della disaffezione e della noia. Ci penseranno su, forse, sondaggisti e cronisti che hanno passato l'ultimo mese a spiegarci che l'astensione al voto in Francia era altissima. A dopo.

Saturday, April 21, 2007

Domani la Francia vota. Sarko è in testa

Ci dicano tutto quello che vogliono, i nostri cronisti wishy-washy: che ci saranno tanti astenuti, che l'incertezza prevale, che c'è l'incognita Bayrou, che forse Le Pen va su, che forse no, che però Ségolène ha avuto ospite Zapatero.

Ma i perenni indecisi sono loro, i commentatori, che hanno paura di esporsi. La verità è che Sarko va forte, e che ci sono serie possibilità, ragionevoli speranze, che domani risulti il candidato più votato al primo turno delle presidenziali francesi.

Ecco il suo spot sulla identità: è un manifesto dei tempi nuovi, perché parla con audacia e franchezza e affronta il grande problema che l'Europa (tutti noi quindi) ha di fronte: qual è il contenuto di idee e valori che uno stato deve possedere, per essere accettato o respinto? Lo fa con simbologia e psicologia tipicamente francese - con l'immagine di una donna che si ama o si lascia. Non è un candidato perfetto, Nicolas Sarkozy; ma è un candidato del XXI secolo, a differenza dei suoi competitors. E questo è uno spot del XXI secolo, guardatelo.


Tuesday, April 17, 2007

Il nuovo turismo è il turismo dell'acqua

Portare a Cortina d'Ampezzo il "turismo dell'acqua"? Sembra fantascienza, a giudicare dalle strutture esistenti, che cadono a pezzi, a cominciare dalla piscina comunale. Ma per il presidente di Confindustria Belluno Valentino Vascellari è una sfida possibile, che Cortina può e dovrebbe raccogliere. "E' l'unico modo per prolungare la stagione turistica in montagna, che altrimenti si riduce a un mese o poco più", ha spiegato nel corso della trasmissione di Canale Italia Notizie Oggi, condotta da Luigi Bacialli.

Che cos'è il turismo dell'acqua? Letteralmente, tutta l'industria turistica che ruota intorno alle piscine, alle terme, alle saune. Una realtà emergente, in un contesto storico che spinge il consumatore a ricercare il benessere come valvola di sfogo dall'opprimente quotidianità metropolitana. Al turista postmoderno insomma non basta più il tradizionale soggiorno con amici o parenti a base di escursioni e passeggiate, pedule e stelle alpine. Ma forse non è una questione di modernità o arretratezza, ma di abitudini culturali, che da noi stentano ancora ad affermarsi. Uno sguardo alle località turistiche dell'onnipresente Alto Adige rende evidente il gap: quanti centri di benessere con terapie a base di acqua, quanti acquafun e piscine e vasche e vapori e idormassaggi? Per non parlare dei vicini austriaci, per i quali un impianto idrotermale è un must, una necessità, per un paese di villeggiatura che si rispetti.

Anche per questo, e per ovviare alla realtà drammatica di una stagione che si riduce e si intensifica di anno in anno, con l'ossessiva rincorsa ai quindici giorni scarsi di esposizione vacanziera, Vascellari auspica un cambiamento di strategia. Cortina è bella e fichetta, ma, fa intendere il presidente, può fare molto, molto di più. Può armarsi alla conquista delle stagioni morte. Chissà che a questo punto non siano operatori esterni a portare nelle nostre zone una cultura turistica che, per ora, non ci appartiene.

Intanto Vascellari guarda alle infrastrutture della Provincia di Belluno, che portano turismo e servizi alel industrie: al raccordo autostradale da Belluno a Tolmezzo soprattutto, che passerà per una parte del Cadore (la zona di Calalzo, Domegge e Lozzo) e poi sotto al passo della Mauria, per finire nell'alto Friuli. Un'opera che ha ricevuto l'input giusto, perché "si è manifestata la volontà collettiva di tanti comuni della provincia", e che quindi non è lontana dal trasformarsi in cantiere aperto. Sfuma invece, si allontana inesorabilmente all'orizzonte, la famosa tangenziale di Cortina voluta e promessa dall'ex ministro Lunardi. Restano un po' di carte depositate all'Anas e qualche proiezione catastrofista prodotta dai gruppi verdi di opposizione. Insomma, smaltite le code a Longarone e a Pieve di Cadore, bypassati i tanti centri della Val Pusteria con altrettante circonvallazioni, turisti e residenti di Cortina avranno sempre la cara vecchia certezza di un paio di chilometri di serpentone a passo d'uomo direttamente nella Conca.

Monday, April 16, 2007

Separati in casa: Cortina verso il Südtirol?



Separatismo: da Cortina d'Ampezzo a Rovigo, il Veneto perde i pezzi. Perché?
Ne parlerò domattina, a partire dalle 6.30, durante la trasmissione di Canale Italia Notizie Oggi, condotta da Luigi Bacialli. Presente in studio anche il Presidente degli Industriali di Belluno, Valentino Vascellari.

Saturday, April 07, 2007

Cortina lascia la Serenissima? Una provocazione.


Dal sito del Gazzettino di oggi:

Il Consiglio comunale di Cortina ha dato il via libera ieri alla richiesta di indire un referendum per cambiare regione. Con il voto unanime dei 15 consiglieri presenti, si è deciso di avviare le procedure che dovrebbero concludersi nel prossimo autunno, con la chiamata alle urne dei cittadini per dire se vogliono lasciare il Veneto per passare in Trentino Alto Adige.

Prima di ogni considerazione di ordine economico sull'opportunità o meno di passare con l'Alto Adige, una precisazione di carattere "culturale".

Dal 1077 al 1420 Cortina fa parte della Patria del Friuli, dipende cioè dal patriarca di Aquileia.
Dal 1420 al 1511 fa parte della Serenissima Repubblica di Venezia.
Dal 1511 al 1918 è incorporata ai domini asburgici, con ampie autonomie.
A Cortina si parla un dialetto unico e specifico, che fa parte del gruppo delle lingue ladine, che a loro volta rientrano nel gruppo delle lingue retoromanze. E' una forma di volgare, un'evoluzione del latino alternativa rispetto all'italiano fiorentino, al veneto, al castigliano. Non fa parte della famiglia delle lingue germaniche. A Cortina non si è mai parlato il tedesco.
Geograficamente, Cortina è al di qua della linea di spartiacque, cioè il suo torrente, il Boite, si getta nel Piave e di là nell'Adriatico. A dieci chilometri abitano gli eterni rivali sanvitesi, che parlano un dialetto leggermente diverso - in pratica, mentre un Ampezzano dice "zinchezènto" un sanvitese dice "thinchethènto". A trenta chilometri, a Dobbiaco, stanno i bucolici paesaggi della Val d'Isarco, nel mezzo il tranquillo fiume che finisce nel Danubio e poi nel Mar Nero (!). Là ci sono i Kraler, i Pircher, gli Oberhofer, qua gli Alverà, i Ghedina, gli Zardini.

Non c'è alcuna supposta "ragione culturale" per cui Cortina dovrebbe stare con l'Alto Adige-Südtirol. Ci possono essere interessanti e legittime considerazioni di convenienza economica e turistica. Ok. Dopotutto, siamo circondati da territori a statuto speciale, che godono di privilegi economici incredibili, e praticano pertanto una concorrenza sleale.
E allora, se questo è il vero motivo, chi se ne importa di quale statuto speciale. Andiamo col Friuli-Venezia Giulia. In fondo, un legame storico c'è: sono altrettanti quattrocento anni di cammino in comune. Cortina come villaggio è nata durante il pacifico medioevo, sotto la protezione del Patriarca, formalmente di Aquileia, in realtà residente a Udine, quando i primi coraggiosi sono venuti a sfidare il bosco, a coltivare i campi, a pascolare le vacche e le pecore. Era, la Patria del Friuli, uno "stato ladino a sud delle Alpi", come dice Richebuono. Eccola qua, pronta, l'autonomia, e lo Statuto speciale. E gli schei.

Monday, April 02, 2007

Gli Inglesi sono sempre più avanti

Mentre da noi impazza il sito dei colleghi padovani che mettono online tutti i video col peggio della scuola italiana, nel Regno Unito, dove a quanto pare il bullismo è un problema sociale, arrivano nuove (doverose) disposizioni a favore degli insegnanti: sì a ragionevoli interventi disciplinari, sì a perquisizioni, sì al "sabato punitivo" passato a scuola anziché a casa. LEGGI.
Dai tempi del Domesday Book, il primo censimento della storia, nell'XI secolo (!), gli Inglesi sono "sempre più avanti". Mentre Cameron e Brown fanno la gara a chi è più verde, nel Paese clamorosi ripensamenti di giornali e istituzioni abbattono uno dopo l'altro i simboli della sciatteria moderna: a parte le novità in materia di ordine a scuola, ha fatto scalpore un paio di settimane fa la prima pagina dell'Independent, che sulla cannabis dice con onestà: "abbiamo sbagliato", quando vi dicevamo che in fondo non fa male. Our apologies.

In Italia aspettiamo impazienti.

Thursday, March 29, 2007

Francia e identità: la lezione di Finkielkraut

Alain Finkielkraut, il filosofo ebreo francese che con Glucksmann e altri forma l'élite culturale della nouvelle droite, ha tenuto la settimana scorsa un intervento presso l'Università di Tel-Aviv. Il quotidiano Haaretz riporta una sintesi del discorso di Finkielkraut, il cui supporto per Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 22 aprile, pur non ufficiale, è più che evidente.

Il multiculturalismo ha fallito, dice Finkielkraut. Gli Ebrei sono in pericolo in un paese "post-nazionale", che rifiuta il sentimento di Patria in favore della neutralità identitaria, perché allora minoranze più forti, come quella islamica, possono vincere con la violenza. E nel mirino non ci sono solo gli Ebrei, ma anche i Cristiani, attraverso "la semplicistica riduzione della politica in due forze opposte: la borghesia contro gli immigranti". Infatti, "in questo modo il Cristianesimo può essere costantemente attaccato, ma è proibito dire una sola parola dell'Islam, perché è la religione degli oppressi e se dici qualcosa contro di essa, allora sei un razzista".

Come riportato nell'articolo, Finkielkraut è stato oggetto di una violenta campagna denigratoria nel novembre 2005 per alcune osservazioni "scomode" sulla necessità di fermare i "selvaggi" che devastavano le periferie ("racaille", direbbe Sarkozy) anziché sforzarsi eternamente di "ascoltare" e "comprendere".
"Ecco perché Sarkozy ha successo: perché non usa un linguaggio politicamente corretto. Dice la verità, e la gente ascolta".

Saturday, March 24, 2007

Francia e identità: Bayrou alza il sopracciglio


"Basta con la nevrosi identitaria", dice il centrista Bayrou, intervenendo in queste ore nel dibattito scatenato in Francia da Sarkozy. Il candidato del centrodestra aveva parlato di "fierezza di essere francese" e di amore verso "la storia di Francia": suscitando prima le ire della sinistra ("ignobile!") e poi la spudorata scopiazzatura della sua avversaria socialista, Segoléne Royal, che si è accodata nell'invitare i Francesi a "conoscere la Marsigliese" e a "riscoprire il Tricolore". (Leggi).

Bayrou sembra seguire una tattica diversa. Non mostra scandalo, ma fastidio; non si arrocca ma si annoia (o finge di farlo). E' la noia postmoderna del centro (sinistra) europeo: e non a caso lo stesso Bayrou dice che questa attenzione identitaria "non assomiglia al Paese che conosco", ma semmai "alla società americana". Insomma, parlare di valori, di scelte, di identità, non è europeo, non è moderno.

E' quindi Bayrou il vero avversario ideologico della scintillante campagna sarkozista, (data la vacuità della proposta della Royal): e cioè l'europeismo bayrouiano, nel senso deteriore, burocratico, politicamente corretto, minimalista, che più che incazzarsi alza un sopracciglio; che in nome della "modernità" si dimentica l'attualità.

"E' come se i temi di Le Pen stessero invadendo lo spirito di quei due candidati. Ebbene, non invadono il mio", spiega Bayrou. Quello che forse gli sfugge è che quei temi hanno invaso lo spirito di alcune decine di milioni di Francesi.

Friday, March 23, 2007

Il berlusconismo latente

Un po' di tempo fa, Ferdinando Adornato e molti altri esponenti del centrodestra si sono trovati a Roma per parlare di Berlusconi, anzi, del berlusconismo. Il risultato dei loro incontri si trova sulla rivista di Fondazione Liberal in edicola in questi giorni, e a questo link è possibile leggere l'intervento di Adornato. L'analisi è interessante, ma un po' l'abbiamo già letta: il liberalismo popolare di cui parla con toni (giustamente) entusiastici Don Gianni, la sintesi tra continuità e innovazione, il superamento dell'opposizione laici/cattolici. Eccetera.
Quello che manca, però, a mio parere, nelle analisi un po' "sdraiate" e apologetiche della destra e in quelle apocalittiche e isteriche della sinistra è una lettura su una seconda conseguenza del fenomeno Berlusconi, che nel bene e nel male investe l'Italia dal 1994: il berlusconismo latente.

Seguendo la parabola politica ed elettorale di Forza Italia si potrebbe infatti dedurre che l'universo berlusconiano coincida con quello del suo partito, cioè grosso modo di un 20 - 30% dell'elettorato italiano; che sia fatto in prevalenza da casalinghe, pensionati e lavoratori autonomi; che si riveli soprattutto in certe regioni "azzurre" (Lombardia, Veneto, Puglia e Sicilia le più fedeli); che si ritrovi in occasione delle elezioni in grandi convention e sfondi azzurrini. Tutto vero, ma c'è dell'altro.Questo è infatti il berlusconismo "ufficiale", potremmo dire istituzionale se non fosse che l'aggettivo mal si accorda con lo spirito poco istituzionale e anzi un po' allegramente anarchico di Forza Italia. Il vero fatto politico e sociale che emerge in questo lungo decennio è invece che l'impronta di Berlusconi si riflette paradossalmente su quei settori di società e di opinione pubblica che berlusconiani non si dichiarano, e che Berlusconi alle elezioni non lo votano.

1. Prima di tutto bisogna analizzare il "berlusconismo non ufficiale" degli alleati. La fedeltà di partito impone agli elettori di An, Udc e Lega una scelta elettorale che può creare problemi seri a Berlusconi (che manovrerebbe più volentieri la scena politica con Forza Italia al 51%, come usa dire). Ma in realtà gli elettori di Casini non vogliono davvero avversare Berlusconi, e tantomeno quelli di An e Lega. Essi nutrono anzi in larga maggioranza una gran simpatia verso il leader della "coalizione", e per un altro apparente paradosso, non vorrebbero davvero che Fini, Casini, Bossi o Maroni o Calderoli stessero al posto suo. Perchè altrimenti quegli indici di gradimento così elevati, in tutti i sondaggi, per Fini e Casini, che poi elettoralmente sono battuti sonoramente da Forza Italia? E perché la corrente dei "berlusconiani" di AN (che curiosamente coincidono con i cosiddetti "finiani"!) continua ad essere maggioritaria nel partito rispetto all destra sociale? E', semmai, quella del composito mondo del centrodestra, una "risposta" dialettica e sorridente al Cavaliere, che permette tra l'altro che il berlusconismo si compenetri nel tessuto culturale italiano in modo più graduale ma anche più sottile e profondo: insomma, quello più efficace per far sì che la "rivoluzione" berlusconiana sia durevole anche dopo la scomparsa (politica) del suo fautore.

Non dovrebbe stupire, se leggiamo il comportamento sociale degli Italiani sulla base della loro eredità culturale cattolica. Il cattolicesimo, al contrario del protestantesimo, è fatto di grandi figure di mediazione, di gerarchie, di Santi e santini, di padri della Chiesa. In ambito spirituale, il santo è colui che, agostinianamente, raccoglie la fede dell'umile e la trasferisce al Padre (la intercessione). Nel suo alveo si è sviluppato il feudalesimo, un sistema che permette la fedeltà a più figure sovrapposte, per cui attraverso il mio signore io sono suddito del re - ovvero: con la mediazione del conte io riconosco l'autorità del sovrano. Sono figure - religiose o secolari - di cui il mondo protestante si è liberato da alcuni secoli e quindi poco comprensibili in una lettura "protestante" della politica: negli Stati Uniti, in Gran Bretagna non esistono le "coalizioni", esistono i partiti con il proprio candidato.
Così, il berlusconismo del "popolo del centrodestra" si fa manifesto il 2 dicembre in Piazza San Giovanni: non c'è dubbio, quella piazza era per lui, per Berlusconi, anzi per Silvio, Silvio che "liberaci dai comunisti", Silvio che "basta tasse", Silvio che "ritorna, ritorna". Silvio: non Gianfranco, Umberto, Roberto, tantomeno Pierferdinando. Berlusconi può sperare che quei due milioni di cittadini voteranno poi tutti per lui - per Forza Italia cioé: ma è chiaro ormai che questo non accadrà. Non è accaduto per tredici anni, e gli alleati di coalizione hanno il proprio elettorato radicato e fedele. No, la piazza è tornata a casa con le proprie bandiere di partito, con le fiamme, gli scudi crociati, Alberti da Giussano, edere, tricolori, stelle a sei punte, stelle e strisce, croci celtiche. Un mondo variegato, plurale, anarchico, e spesso conflittuale e incerto. Ma latentemente berlusconiano.

2. In secondo luogo gli avversari. Sì, il berlusconismo vince e si diffonde nel momento in cui impone alla sinistra il cambiamento, più o meno profondo, dello stile e delle figure. Vince nel momento in cui impone Prodi come candidato dell'Unione. Il berlusconismo è tutto incarnato nella figura di Prodi, una figura modellata sul proprio avversario, sulla promessa di essere esattamente l'opposto del Cavaliere, più che nella proposta politica nei valori, nell'immagine, nella cultura di riferimento. Lo ha detto anche Francesco Verderami nell'ultima puntata di R come Retroscena, il suo nuovo programma su La7: i due avversari servono l'uno all'altro poiché è la loro dialettica che si è sovrapposta a quella precedente, partitica, della Prima Repubblica. Quello che la trasmissione mancava di aggiungere, però, è che questa dialettica l'ha imposta lui, Berlusconi, con due anni di anticipo sulla scelta dell'Ulivo di candidare Prodi. E' nell'impossibilità di "superare" Berlusconi con una proposta politica indipendente che si misura l'effetto del berlusconismo nel centrosinistra. (Forse una prima alternativa è rappresentata dalle liberalizzazioni di Bersani, che tentano di togliere terreno al centrodestra attraverso un'operazione mediaticamente affine, di taglio liberistico, ma vicina alla tradizionale ostilità della sinistra verso alcuni ceti sociali). Larga vittoria del berlusconismo è anche in quei settori mediatici nominalmente "di sinistra" ma che di fatto più o meno consciamente riflettono, anche nelle critiche feroci, il sistema berlusconiano: Mentana, Costanzo, Lerner, Santoro, La Gialappa's, i comici di Zelig.

3. E' però nel vastissimo campo dei "senza partito" che il berlusconismo latente dimostra la sua affermazione. Con "senza partito" penso non solo ai milioni di Italiani che non votano o votano scheda bianca/nulla, ma anche quegli altri milioni che decidono alla fine, senza opzione ideologica o fedeltà partitica: in pratica, la maggioranza, in entrambi gli schieramenti. Che essi poi votino a destra o a sinistra, non importa: la società italiana è latentemente berlusconiana, da tredici anni a questa parte. In che modo? Io lo riassumerei nella perdita di un certo vincolo resistenziale.

La prima Repubblica aveva funzionato sull'identificazione del "buon cittadino" con l'"antifascista", anche quando il fascismo davvero non c'era più da alcuni decenni, e sull'agitazione dello spauracchio fascista. Il sistema, che aveva un senso e forse delle fondate ragioni nell'immediato dopoguerra, si era fatto sempre più strumentale, lontano, inadeguato man mano che il tempo passava. Eppure continuava a funzionare: mi viene in mente una scena: quella di Paolo Pillitteri, allora sindaco di Milano, che nel 1991, di fronte alla protesta dei tranvieri cittadini grida: "fascisti, fascisti! squadristi! nazisti!". (Vedi). Allora quelle accuse - rivolte da Pillitteri a dei poveretti probabilmente in buona parte iscritti alla CGIL o alla UIL - avevano ancora un certo potere di criminalizzazione sociale: non razionale, emotivo. Cosa pensava la gente di te se qualcuno ti apostrofava come "fascista" o "nazista"? Ora, dopo 13 anni di berlusconismo latente, non ce l'hanno più. Dire "fascista", a parte nelle aule "sorde e grigie" delle facoltà di scienze politiche e nei collettivi studenteschi, non ha più un senso, è totalmente sorpassato. E non perché gli Italiani siano diventati fascisti, o perché i berlusconiani lo siano, anzi. I nostalgici sono sempre meno. Ora, semmai, se uno sente dire "fascista, nazista" pensa: che vocabolario "vecchio". Ed è con una certa noia crescente (non ostilità - semplice noia) che l'Italiano medio ascolta le cronache dei partigiani, le loro epopee guerresche, ne apprezza la figura, vi si sente emotivamente legato. Ciampi, berlusconiano latente, ha discretamente accostato alla figura del partigiano (proprio lui, Resistente!) quella dell'eroe risorgimentale, producendo di fatto un'equazione tra i due e finendo per desacralizzare il primo. In sostanza, il berlusconismo latente ha archiviato l'universo valoriale resistenziale. E con esso ha chiuso, in parte, una parentesi della nostra storia che forse si era protratta un po' troppo a lungo.

Allo stile indiretto, teorico, parlamentare della prima repubblica - concertazione, convergenze, unità sindacale, centralismo, repubblicanesimo, antifascismo - si è sostituito lo stile berlusconiano. Più "becero" se vogliamo, più "volgare" (senza caratterizzazione negativa del termine, anzi), ma anche più chiaro e leggibile: decisionismo, schiettezza, semplicità, battute e battutacce, sorrisi, sguardi, etichette e slogan politici. Ad un procedimento di affiliazione ideologico e razionalizzato si è sostituita una sorta di empatia tra il politico e l'elettore, che funziona molto bene nel caso del Cavaliere, ma che è stata presto emulata da tutte le altre forze politiche. Le vecchie parole d'ordine delle segreterie e dei comitati centrali, i documenti programmatici, le tesi congressuali, sono stati letteralmente spazzati via. Contemporaneamente, il berlusconismo latente esplodeva nella televisione e soprattutto nei telegiornali, con il berlusconiano latente Enrico Mentana (molto più che Emilio Fede) come capofila, con le sue notizie urlate, lo spazio alla cronaca, ai "fatti", la riduzione del parlamento a uno spazio tra i tanti della società italiana. La notizia per tutti è che questo stile è acquisito definitivamente, che non si tornerà, metaforicamente parlando, alla TV in bianco e nero che voleva il buon Ugo La Malfa.

Non è quindi nelle varie riforme e riformette, nelle "grandi opere", realizzate o abortite, in questo o quel provvedimento, che si deve misurare la cosiddetta rivoluzione berlusconiana. Come era naturale che accadesse in Italia, i risultati pratici del Governo Berlusconi si sono dimostrati al di sotto delle attese dei suoi sostenitori, ciò che ha provocato una prima, sottile delusione nell'elettorato della Cdl. Tuttavia, alla delusione è seguito un nuovo sostegno, anzi una nuova simpatia, più generica, ma, direi, anche più autentica, che viene sì dal 23,7% di Forza Italia ma soprattutto dai milioni che il Cavaliere lo guardano con un sorriso o con un ghigno, scherzandoci, sfottendolo, criticandolo, ridicolizzandolo. In questo Paese cattolico, "doppio", in cui a un messaggio manifesto si accompagna sempre un contenuto latente, emozionale, difficile a definirsi, è cresciuta un'affiliazione a Berlusconi che ha ben poco dello stile elettoralistico e americano di Forza Italia. E le vicende coniugali della "coppia presidenziale", con quell'infrazione più o meno volontaria della (sorpassata) consudetudine italiana di massima privacy delle figure pubbliche, quella reciproca invasione di campo tra Berlusconi e gli Italiani, per cui la lettera di Veronica entrava nelle case mentre l'occhio indiscreto dei cittadini si infilava nella villa di Macherio, ne sono la simpatica testimonianza. In quell'occasione, come in molte altre, il berlusconismo latente ha di fatto sorpassato il berlusconismo manifesto.

Wednesday, March 21, 2007

Monsieur Sarkozy allo Zénith

Domenica scorsa Nicolas Sarkozy ha tenuto un discorso ai giovani dell'UMP, il partito di centrodestra che lo supporta alle presidenziali del 22 aprile, allo "Zénith" di Parigi. A questo link il testo integrale, in francese. E' un discorso bellissimo, rivolto a una generazione disillusa, che ha il coraggio di presentare anche le asperità e le durezze del futuro, della vita, della politica. Scevro dai buonismi elettorali. E' un discorso fondato sulle sfide della libertà: libertà di aprirsi all'esperienza, libertà di rischiare e di sperare. Libertà di amare. E' un discorso che esprime una rivolta al minimalismo elettoralistico del "meno tasse" e "lotta alla disoccupazione" rispettivamente di destra e sinistra. Chiude forse in questo senso la pur gloriosa stagione degli 80s, pane yuppies e tagli allo stato sociale. Chiede e offre, invece, valori e idee. E' un discorso morale ma non moralista.
Forse è azzardato collegare tutto questo a un personaggio che sta (in tutti i sensi) ben più in alto di Sarko, Benedetto XVI (dando a Dio quel che è di Dio e al Cesare di Francia quel che è di Cesare).
Forse no.

Wednesday, January 10, 2007

Elisa

Elisa. Molto sorridente. “Spontanea”, secondo Marco, che l’ha conosciuta durante il viaggio a New York, dopo averla incontrata una volta quest’ultimo agosto. Le è piaciuta, anzi, si sono subito piaciuti, la comune radice romagnola dà a entrambi una cifra di carattere e di volubilità.
Elisa si apre subito, la scopri nel tempo in cui dalla pelle della pesca arrivi al nocciolo. Ha anche la faccia come una pesca, lieve, gentile, un po’ rotonda. Molto semplice, questo piace alla gente. A me. A diciotto anni finì il liceo a Montebelluna. I suoi litigavano, come ora, ma al tempo anche di più. “Mi ero stufata di vivere con loro, ed essendo la figlia maggiore anche di occuparmi dei loro problemi”. A metà agosto annunciò: “vado a Londra”. “A fare cosa?”, chiese sua madre. “A lavorare”. Due settimane dopo era in aereo. Tre settimane dopo un ragazzo italiano la trova seduta sui gradini di Trafalgar Square, a piangere. Si sta sfogando al telefono con un’amica, non ha trovato nemmeno una casa, dopo dieci giorni di ostello, sta finendo i soldi che le hanno dato, e di chiederne altri non se ne parla nemmeno, “piuttosto mangio cereali”. Il ragazzo sorride, le offre una mano, lei va a vivere per un po’ da lui, è una specie di accampamento, qualcuno si fa le canne e qualcuno sniffa coca, ma il posto nonostante tutto è sicuro. Lui ci prova, ma con discrezione. Lei declina, ma con discrezione. Restano amici. Elisa comincia la battaglia: nel giro di una ventina di giorni tappezza Londra di annunci, prova un paio di lavori come commessa ma la cacciano perché non capisce niente di quello che i clienti le dicono. Alla fine si sistema, trova un posto come cameriera in una catena di ristoranti eleganti e una casa in un sobborgo tranquillo là vicino. Lavora dodici ore al giorno, ma la pagano benissimo. La sera torna a casa e conta i soldi, le grosse mance, si butta sul letto e ride da sola, quanti soldi!, poi si mette le scarpe col tacco e fuori con gli amici. A volte non torna nemmeno a casa a dormire.

Elisa si è fatta un anno così, di evasione, di sperimentazione. Poi è tornata, si è iscritta a storia, è una brava studentessa ma lavorare le piaceva di più. E’ insofferente. L’università la ingabbia, la costringe a tornare indietro ai tempi del liceo e alle grandi studiate, stuzzica il suo senso del dovere quasi ossessivo. E poi lei detesta le macchiette e gli pseudo-intellettuali che la frequentano, non capisce i loro discorsi contorti e le loro bizantinerie, li disprezza in fondo, sono vecchi, vecchi. Ma anche li teme, ha paura di non esserne all’altezza. “Il primo giorno è stato uno shock, tutta quella gente che parlava di filosofi e politica”. Le ho fatto notare che non ha senso avere complessi di inferiorità, che è una ragazza con le palle, che questi secchioni vivono ancora con mamma e papà. “Ma sììì, hai ragione…”, fa lei. “E’ solo che…”, e attacca a parlare, e non la fermo più.

Una sera mi ha chiamato. “Dai Franci, usciamo, portami da qualche parte”. Avevo la macchina, sono passato a prenderla all’Arcella, il brutto quartiere padovano dove Elisa è rinchiusa in una palazzina grigia con la cancellata scura e il patio di mattoni rossi illuminato dai lampioni tondi. E’ giugno, l’aria tiepida entra dai finestrini abbassati, al semaforo due fidanzati si baciano a bordo del motorino. Andiamo in un locale che conosce lei, con Giovanni, un amico comune. C’è il karaoke. Elisa beve rum e pera per farsi coraggio e poi si esibisce, canta una canzonetta che sa bene, è piuttosto brava, ha una voce limpida e adolescenziale. Il tizio che mette su le basi musicali si prende una mezza cotta per lei, la vuole anche le altre sere, ma lei non ci pensa nemmeno, “e poi lui puzza, Franci, andiamo via”. Ride. Usciamo, sgusciamo tra i tavoli sistemati sotto le grandi tende, piene di Italiani che si godono l’estate italiana e ridono e fanno chiasso. Che si fa, dove andiamo… Qualcuno parla di una festa universitaria, dove?, a Legnago, sul grande prato del polo di Agraria. Okay. Via, con la macchina di Giovanni. La festa quando arriviamo è già finita, gli studenti vanno via ubriachi e pisciano sui bordi della strada. “Andiamo a vedere il mare?”, faccio. Elisa si illumina, “sì, daaai”, Giovanni no, è stanco, ma poi cede. La macchina ci porta a Sottomarina, che di giorno deve essere bruttissima, palazzoni venuti su come funghi nell’orgia di cemento degli anni Sessanta, ma la luna è dietro a qualche nuvola, la notte scura occulta pietosa il disastro edilizio; e quando scendiamo dalla macchina si sente il rumore delle onde, un po’ di poesia fiorisce anche qui insomma. E’ un mare bruttino e squallido quello della riviera veneta, ma chi se ne importa, è il nostro mare per stasera e a noi va bene. Tocchiamo l’acqua con la punta dei piedi, poi un guardiano di colore arriva con un bastone nelle mani, ci fa sloggiare. Sono le quattro e mezza quando montiamo in macchina. “Andiamo a Venezia a vedere l’alba?”, faccio. Non posso vedere gli occhi di Elisa seduta di dietro ma io so che nel buio stanno brillando. Prima che lei possa rispondere ci pensa Giovanni a cassare il progetto, “sono stanco ragazzi, scusate ma ho avuto l’esame, dai”. Ha ragione, è lui che guida. Si torna a casa, a Padova, una città che Elisa mal sopporta, ed è un’antipatia schietta e immediata. Scendo dall’automobile per primo, la saluto.

Elisa mi sorride. Lo farà anche domani. E questo è bello.

Friday, January 05, 2007

Vespa a Cortina: difficile la spallata alle amministrative di primavera. Ma l'Udc sarà fedele


Sabato 30 dicembre a Cortina si è tenuto il tradizionale appuntamento invernale con Bruno Vespa, per l’edizione invernale di “Cortina Incontra” di Enrico Cisnetto. Da Vespa come al solito si viene per sentire quello che c’è dietro le quinte della politica italiana, per qualche previsione, per gli aneddoti, i retroscena, le ricostruzioni minuziose – gli stessi che si trovano nel suo nuovo libro, “L’Italia spezzata”. E il pubblico ampezzano non si è fatto pregare, riempiendo la nuovissima "Alexander Hall" e costringendo gli organizzatori ad aprire gli eleganti pannelli rossi sul fondo per fare spazio ai tanti convenuti.

Le questioni irrisolte delle elezioni di aprile, i sospetti dei brogli, i primi vagiti del governo dell’Unione, con la doppia candidatura di D’Alema e Bertinotti alla Camera: «alla fine l’elezione di D’Alema saltò perché Rutelli si convinse che non era bene avere un nuovo Cossiga in circolazione». Berlusconi? «Berlusconi quasi quasi ci sperava. Come disse in Transatlantico: se passa D’Alema, le reti Mediaset da tre diventano quattro…».

Poi le domande di Cisnetto si concentrano sulla legge Finanziaria: «si è creata in un periodo ridottissimo una ventata di impopolarità mai vista prima – spiega Vespa – per Padoa Schioppa è stato uno shock, poiché è convinto di avere fatto la migliore Finanziaria possibile, e Prodi con lui. La manifestazione del 2 dicembre contro il Governo ha avuto qualcosa di epico, perché è stata scelta dal popolo, che ha convinto Berlusconi, il quale all’inizio non voleva neanche farla». Cisnetto incalza: la Finanziaria allora sarà la tomba del governo? Vista la crisi di consenso per il centrosinistra, si faranno le larghe intese a primavera?

Vespa è scettico: «non credo. A primavera semmai ci sono le amministrative, che potrebbero dare al governo una spallata dal basso… ma non succederà, il centrodestra è troppo debole a livello locale». E allora? «La possibilità più gettonata è che si voti nel 2009, in concomitanza con le Europee. E il candidato in quel caso sarebbe ancora Berlusconi».
A che gioco gioca l’Udc?, chiedono dalla platea. «Quante ore abbiamo?», scherza Vespa. «Casini gioca una partita di lungo periodo, sa che se si rivoltasse oggi perderebbe consensi. Infatti nelle elezioni di primavera 2007 sarà un alleato fedelissimo. Il progetto dell’Udc sta in una prospettiva che all’orizzonte ancora non vedo». Come dire: finché c’è il Cavaliere… FC

© Il Notiziario di Cortina, 2007

Wednesday, December 27, 2006

Un racconto di Natale

La mattina lo svegliò il battito alla porta. Veronique. Erano le nove e Will si era addormentato solo alle cinque e mezza, dopo gli ultimi preparativi. Lei entrò con un sorriso e mentre lui era in bagno a farsi la doccia sedette sul letto e guardò la camera spoglia, senza pensare a nulla perché non voleva piangere. La luce del mattino filtrava attraverso la veneziana. Sul pavimento, le tre valigie aperte, piene di indumenti e libri. Il letto era ancora fatto. Sullo schienale della sedia i vestiti per la giornata.
Si sentì come nell’occhio del ciclone, ieri sera c’erano stati i primi addii, poi questo pomeriggio ce ne sarebbero stati altri, in mezzo la partenza di Will, e questa strana calma, ora, un po’ desolata. Lui tornò dal bagno e si vestì in fretta, scesero a fare colazione insieme e scherzarono come sempre, attorno al tavolo tondo, come se fosse un giorno qualsiasi, come se niente stesse per capitare.
Will era vivace e in vena di battute, sui pancakes, sul caffè schifoso di Starbucks, sul fatto che Rhode Island non è un island, su tutto, su niente. Ma questa euforia oggi aveva qualcosa di poco convincente. Perché non mi succede qualcosa, si disse, sta per andarsene e non la rivedrò più. Perché questo atteggiamento minimalista, io e lei? Mi sento un ghiacciolo.
Alle nove e mezza dovettero andare. Una montagna di bagagli venne trasportata per i corridoi, e insieme raggiunsero l’ascensore. Sul marciapiedi aspettarono un taxi. Al momento di caricare i bagagli si ruppero le maniglie delle valigie, tutte nello stesso momento. Lui imprecò.
Ci fu un ultimo sussulto, un attimo appena, mentre il tassista aspettava: un abbraccio, uno sguardo. Il vento freddo del New England. Se lo tirò dietro mentre chiudeva la portiera della vettura. Lei lo guardò ancora e poi si girò e andò via. Il taxi si tuffò nel traffico. Eccola Veronique, che si faceva forza mentre camminava a ridosso del muro bianco del dormitorio, con le mani nel cappotto lungo scuro e la figura un po’ incerta, da lontano, una sagoma tra le altre. Will la cercò da dentro la macchina: perché non girava il capo verso la strada, verso di lui? Veronique… ehi, guardami… Successe. I loro occhi si incontrarono ancora un istante, lei lo vide e lui agitò la mano sorridendo. Lei fece lo stesso. Poi il taxi girò nel viale, e Will tornò a guardare avanti.
Allora successe un’esplosione, come una vampata dentro il cuore, un sussulto di angoscia e di vita, di rimpianto, di furia; e dolore, dolore, dolore bruciante. Allora capì quanto contassero, dietro all’umorismo un po’ distaccato e alle battute e agli scherzi, dietro all’immagine sarcastica e disimpegnata che si era dato, quanto contassero ancora le emozioni e le persone. Si sentì uguale a tutti gli altri ora.

Tommaso uscì da Banana Republic, il grande negozio multipiano affacciato sulla Fifth Avenue. Pacchi e pacchetti e sacchetti e il caos di New York a Natale. Il cielo era azzurro scuro, e sì che domani su tutta la East Coast doveva nevicare, secondo il meteo. Chi se ne importa, si disse. Domani sarò sull’aereo. Dopodomani, a casa, in Italia.
La mattina seguente, prestissimo, prese l’autobus dalla Penn Station, con Giulia e Marco, che erano venuti a trovarlo a Boston e coi quali era sbarcato a New York sette giorni prima. Quando il veicolo si mosse dalla stazione e il contorno netto di Manhattan prese forma al di là delle finestre… fu allora che Tommaso ebbe finalmente percezione che l’America lo stava salutando. I quattro mesi all’università si chiudevano come un piccolo scrigno. Allargò un mezzo sorriso al ricordo disordinato delle lezioni, degli sciatti compagni di stanza, del portiere pakistano del dormitorio, con le mani unte e l’inglese incerto. Una carrellata veloce come i personaggi di un film di Truffaut. Beh, addio, si disse. Nelle orecchie aveva già Maroon 5, l’iPod sulle ginocchia, Giulia che gli riposava accanto. Il bus correva sulla grande autostrada. Gli Usa stavano ormai tra due discrete parentesi.

La giornata di Will passò lentamente. Sull’autobus, in mezzo ai boschi dorati del Connecticut, poi negli infiniti serpenti autostradali che circondano New York, e infine a casa, a Philadelphia. Suo fratello dormiva già, dovette fare tutto a luce spenta, silenziosamente infilarsi sotto le lenzuola, nel buio, da solo. Pensò a Boston e a tutto quanto, a Veronique. Qualcosa era rimasto in sospeso, una frase a metà, un sospiro, un’allusione…
Sentì un’unica fitta di autentica disperazione, e restò assediato dal male per una, due, tre, quattro ore. Una domanda gli martellava nella testa – Cosa sarà di me ora? – e un volto davanti agli occhi, quello di lei.
Doveva vederla. Ancora una volta. Domani, la vigilia di Natale, anche se l’aereo di lei partiva alle nove della sera. Trovò quiete nel pensiero che l’avrebbe rivista. E terrore al pensiero di affrontare i suoi sentimenti. Nel mezzo della tempesta, per fortuna, si addormentò.

Per Tommaso il tradimento venne all’aeroporto di Boston: niente volo per l’Italia, c’era da aspettare domani, il venticinque. Natale in volo! Gli altri invece potevano partire, viaggiavano con un’altra compagnia. In un momento odiò l’aeroporto, gli amici, Boston, l’America. Voleva tornare a casa. Si sentì una specie di ostaggio.
Decise di dormire in un albergo in centro per la notte della vigilia. Era uno di quei posti per uomini d’affari di passaggio, caro, elegante, impersonale. Doveva strisciare una carta per attivare l’ascensore e al posto del receptionist c’era un computer che stampava la ricevuta al momento di lasciare l’hotel. La sua stanza era di un lusso sofisticato e artificiale, legno scuro e TV al plasma. Nonostante il sistema di riscaldamento, Tommaso ebbe un brivido.

Will arrivò alla South Station alle quattro del pomeriggio, dopo altre otto estenuanti ore di viaggio sullo stesso percorso del giorno prima. Aveva provato a chiamare Veronique per tutta la durata del tragitto, ma il cellulare americano di lei era già spento, forse per sempre. La ragazza stava sicuramente finendo i bagagli, diretta all’aeroporto.
Smontò dal bus in velocità, corse a slalom nella grande hall della stazione, uscì e chiamò un taxi. Di nuovo a Boston. La città lo accolse ancora, paziente, non sembrava sorpresa nel vederlo, dopo solo una trentina di ore. Le facciate dei palazzi vittoriani in pietra rossastra, le ghirlande di Natale sulle porte, giovani col paraorecchi che portavano a spasso il cane nel Public Garden, e, sopra a tutto questo, il cielo che andava scurendosi: era Boston, col suo fascino nordico, cortese e impassibile.
Cominciava già a nevicare quando il taxi giunse nel campus studentesco. Si fece lasciare davanti alla porta dell’appartamento di Veronique. Cosa doveva dirle? Non lo sapeva nemmeno lui. Aveva provato a fare progetti, si era esercitato in spiegazioni e cose intelligenti e sensate. Ma niente. C’era solo lui e il suo desiderio di un ultimo contatto, di un saluto, che lo aveva spinto fin qua. Suonò alla porta. Aspettò qualche secondo ma non successe niente. Aspettò ancora, suonò ancora… aspettò. Il timore che lei fosse già in taxi, diretta all’aeroporto. Via, di corsa, presto! Si girò verso la strada in cerca di un altro tassista. Ma la porta si aprì all’improvviso. Lei.
«Ehi!» fece Veronique, gli occhi spalancati. Aveva un maglioncino lilla, la sciarpa già al collo, un’aria come di uno che vede un animale esotico. «Tu sei pazzo», fece a tempo a dire con un sorriso. Will si avvicinò. «Volevo dirti…» I loro corpi si toccavano già, poteva sentire le braccia di lei attorno ai fianchi, il suo petto tiepido premere contro la sua pancia. «Volevo dirti…», contro il portone, a Boston, prima di Natale, ora e mai più. Si baciarono. La neve cadeva.

Nella stanza accanto a quella di Tommaso una coppia faceva sesso. I due tizi erano rumorosi, per quanto alzasse il volume del televisore e cercasse di concentrarsi sul sito internet che aveva di fronte agli occhi. Gli fece schifo stare a sentirli la notte della vigilia. Vincendo una pigrizia antica, indossò giacca sciarpa e scarpe pesanti e uscì. Nevicava fitto fuori, le strade erano bianche. Silenzio di tomba. Tra non molto sarebbe stata mezzanotte. Non l’aveva mai vista così, Boston. Alzò lo sguardo alle finestre dei palazzi e le vide illuminate. Per la prima volta, Tommaso ebbe un balzo dentro. Non gli era mai capitato, nei tanti Natali italiani con la famiglia, coi parenti e la voce ovattata di Nat King Cole dallo stereo in salotto: capì di essere solo. Qui era solo, a Boston, a Natale – eppure la sua condizione aveva qualcosa di più ampio e profondo. In quel momento incerto, mentre la sua vita gli si stringeva nelle mani come un gomitolo, e anziché giovane e pieno di avventure era uomo, era pianto, era in piedi davanti al futuro, la sua vera solitudine venne fuori all’improvviso, tutta intera, muta, pesante. Sono spoglio di tutto, si disse. Mi resta solo questo tenace attaccamento alla vita. Una rivolta contro l’annichilimento. L’entusiasmo per le cose nuove. L’affetto per il passato. Odori, ricordi, sensazioni. L’ambizione di farli arrivare a qualcun altro, attraverso lo strumento imperfetto delle parole.
Camminò tanto, attraversò la Boston University deserta, e alla fine, chissà come, approdò alla Marsh Chapel, la chiesa del campus, quella dove solo un mese prima si era fermato ad ascoltare un amico che cantava motivi barocchi e romantici col coro universitario.

Le porte erano aperte; da dentro proveniva una luce leggera. Un piccolo albero con bianchi lumini era stato allestito sulla destra. In testa alla navata stavano uomini di diverse confessioni cristiane, c’era un prete cattolico e una religiosa vestita con un abito bianco, sicuramente di una qualche chiesa protestante. Mentre Tommaso sbirciava dalla corta scala in pietra che stava fuori dall’ingresso un individuo gli passò accanto ed entrò con decisione, prendendo posto in uno degli ultimi banchi. Aveva una giacca imbottita rossa e argento e jeans e scarpe grosse. Era uno del suo dormitorio, un americano. Non sapeva il suo nome. Non lo conosceva se non per avere condiviso con lui un paio di viaggi dentro al vecchio ascensore. Niente più. Cosa ci faceva qua, ora?
Entrò. Si sedette accanto al ragazzo. Si salutarono con un cenno. La veglia proseguì con una veloce predica, e qualche preghiera. Le candele profumavano. Era bello.
Poi stettero tutti quanti in piedi, a cantare “Silent Night”. L’organo li accompagnò per un pezzo, poi smise del tutto, e ci furono solo le loro voci. Will pensava al Natale e a Veronique. Tommaso cantò con gli altri, da quanto era che non lo faceva? Fu così che mentre cantava si ritrovò in una strana sensazione.
I due ragazzi guardarono l’altare mentre “Silent Night” si concludeva quasi sottovoce; poi a mezzanotte meno dieci tutto finì, e lentamente la gente uscì dalla chiesa. Tommaso e Will camminarono un poco insieme.
«Di dove sei?»
«Philadelphia».
«Ci sono stato questo novembre, è bella».
«Uhu… non è male, sì».
Parlarono di piccole cose, senza pretese. La neve aveva smesso di scendere. Era mezzanotte. Senza saperlo, Will e Tommaso avevano pensieri comuni. Tutto si è scoperto, si dissero, e tutto è ancora da cominciare.

Friday, December 08, 2006

Tiramisù

E' il momento di pubblicare qui la mia ricetta del Tiramisù. Per curiosità, ho dato un'occhiata con Google tra le diverse indicazioni culinarie italiane che appaiono su internet. Poveri noi. La cosa che sembra appassionare di più gli autori delle ricette è la pronta cementificazione del povero Tiramisù con chili di mascarpone (fino a 600 g una porzione per quattro! e chi li porta via gli ospiti?) e strati infiniti di Savoiardi, tra l'altro rigorosamente asciutti, una specie di muraglia cinese.

La mia ricetta non è mia, nel senso che, come sempre avviene, è debitrice di altre ricette. Si limita a rimescolarle un po' e ad aggiungere qualche pignoleria. L'idea di base è che il Tiramisù debba essere un dolce "bagnato", che non obblighi quasi a masticare; che abbia un colore e un carattere, nel senso che l'uovo si deve sentire; che non si lasci sopraffare dal gusto del caffé.
Un buon 70% di quanto scritto viene dalla brava signora Malvina P., prima (e unica) insegnante di cucina in un corso che abbia frequentato; un 20% da mia madre, che come tutti sanno cucina da Dio; un 10% è fatto dal sottoscritto, non di più.

Prendete una bacinella larga. Sbattete bene 120 grammi di zucchero con quattro tuorli d'uovo finché non si amalghimino del tutto. Aggiungete progressivamente 250 grammi di mascarpone e amalgamate evitando i grumi. Montate a parte 200 ml di panna, circa 4/5 della confezione classica. Aggiungete e mescolate con cautela. Montate a parte 3 chiare d'uovo scarse a neve. Aggiungetele al resto e mescolate con cautela. Intanto, preparate il caffé, due o tre moche almeno, piuttosto leggero. Versatelo in un piatto fondo e aggiungete un paio di cucchiaini di zucchero. Passate uno dopo l'altro i Savoiardi nel piatto, facendo attenzione che si bagnino completamente, ma che non si rompano. Disponeteli in una terrina larga e dai bordi bassi in un solo strato. Se il caffè non basta, fate un'altra moca, e così via. Quando la terrina è coperta dai Savoiardi, aggiungete la crema fino all'orlo. Spolverate con cacao amaro. In frigo per almeno quattro ore.