Saturday, June 23, 2007
Sunday, June 10, 2007
Ritorno
L'Italia mi ha abbracciato come una madre.
Ho fatto un paio di scalini dall'aereo British Airways verso la navetta dell'aeroporto di Linate e l'ho sentita su di me, tiepida e narcotica. Dopo ore di aria condizionata che mi avevano stordito a sufficienza è stato come tornare in un utero primordiale. Che ci possiamo fare. E' questo nostro Paese meraviglioso e malato, che trasforma e ammorbidisce l'animo, che induce alla pigrizia, all'abbuffata, allo sbadiglio. Sull'autobus per Milano mi casca l'occhio su un paio di belle gambe che da sole valgono tutte le pallide mascolinità delle americane, ed è come una boccata d'aria, la deliziosa sensazione che sono a casa, di nuovo, in mezzo alla mia gente, così bella e stupida - così bella, soprattutto.
Il viaggio si è concluso in modo inaspettato. Quando un paio di mesi fa mi avevano detto che veniva anche lui, Daniel, lo spagnolo, avevo temuto qualche scintilla. Non ci eravamo mai piaciuti. Però si doveva viaggiare. Poi mi ha provocato un po' - una tirata sugli orari per un ritardo minimo, una sciocchezzuola, uno spunto per farmi incazzare. Ci è riuscito. Gli ho detto che era un pezzo di merda e per poco non ci siamo presi a botte. E' stato meglio così, probabilmente. Salutare, veritiero. Un brivido di sincera ostilità.
Ho salutato gli altri e me ne sono andato nello Yosemite con dei ragazzi che avevo appena conosciuto nell'ostello di San Francisco. Lo Yosemite è un posto meraviglioso. Ho nuotato nei laghi e nei fiumi e camminato su lastroni di granito impressionanti. Poi son tornato a Boston e a NYC, sempre bevendo litri e litri d'acqua (come mi ha consigliato il mio parente ritrovato) e pisciando praticamente ovunque, dalle sequoie giganti ai cespugli dei quartieri residenziali di Boston.
Ora son qua, con il mio fuso orario sulle spalle come il fardello dell'uomo bianco, del viaggiatore. Ricordi e sensazioni, un lungo viaggio intenso e vivace che si chiude come un cassetto. Penso agli altri padovani che sono ancora in viaggio, in Sudafrica, da qualche parte, a cercare i luoghi e i volti della nostra strana diaspora veneta.
Domani sera si esce, con gli amici di sempre, che nel frattempo, sento, si son dati da fare. Stasera elezioni in Francia e in Italia, un'altra overdose di distrazioni e di analisi politica e di mappe elettorali e cifre e grafici e bandierine. Utili, indispensabili per non pensare ai casi propri - al passato, al futuro, alla strada tortuosa su cui ci troviamo.
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Monday, May 28, 2007
Fotografie / 1

Grand Canyon, Arizona, con Lorena
Margaritas, San Diego, con Lorena e Mayumi, giapponese
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7:24 AM
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Saturday, May 26, 2007
California
Il brivido eccitante delle superstrade californiane!
Abbiamo il nostro Minivan, un macchinone da otto posti più ampio bagagliaio. Lo paghiamo 1.300 bucks per tredici giorni, divisi in sei persone quali siamo. E' quasi più grande della stanza d'albergo dove alloggiamo qua a San Diego.
Ieri eravamo immersi in una superstrada a dieci corsie: quei serpentoni giganteschi che si arrampicano su per la roccia rossa della California, grandi fiumi di asfalto e grandi macchine con dentro grandi guidatori anglosassoni. La roccia spunta ovunque, anche nel mezzo della città, in grandi blocchi isolati - roccia che ha qualcosa di primordiale, giurassico, macchiata com'è scenograficamente del verde scuro della vegetazione.
San Diego è bella e fredda. Molto linda e curata, fresche le temperature, clima umano poco latino, un po' distaccato. Ho capito davvero che cos'è la California quando siamo usciti dalla superstrada e davanti alle finestre del Minivan sono comparse le decine di villette con giardino che fanno i quartieri residenziali di San Diego, ciascuna diversa dalle altre, ciascuna tutta a sè stante, la propria libera e disordinata vocazione lasciata a svilupparsi in totale assenza di ogni vincolo di coerenza urbanistica: dal tempietto neoclassico alla casa rurale tudor, alla hacienda messicana, alla capanna del New England in legno dipinto, come scherzava Woody Allen in Io e Annie.
Siamo stati all'Hotel del Coronado, quella bella struttura vittoriana coi tondi tetti rossi affacciata sul Pacifico dove Marilyn suonava l'ukulele in A qualcuno piace caldo. Ora ci vengono in vacanza gli Americani della upper-upper-upper-class, che mangiano sushi e sashimi nella sala ristorante mentre le figlie di nove anni pagano il gelato con la carta di credito personale. L'acqua minerale costa 4 dollari a bottiglietta... Ecco, la fichetta San Diego è così: ti inculano, ma con dolcezza.
Sulla superstrada abbiamo raggiunto il confine con il Messico, l'alta barriera grigia che separa il primo dal secondo mondo, un po' come il Canale d'Otranto, ma lì almeno ci sono cento chilometri di acque dell'Adriatico ad occultare pietosamente le differenze tra Italia e Albania. Qui invece il salto è brusco, e dagli USA vedi Tijuana, a pochi chilometri, e le sue casette bianche scrostate, e persino la linda e graziosa San Diego, man mano che ti avvicini al confine, diventa un brutto sobborgo.
Vedo il mondo dalla superstrada, e mi sento, ci sentiamo, straordinariamente liberi, con la nostra macchina-casa che ci portiamo dietro. Domani con la stessa macchina andremo a Los Angeles. Là incontrerò Alfonso, cugino fuggito nel 1990 che non ho mai visto. Sono curioso... Fonsi, chi sei, come sei? Che faccia hai? E' tempo di ritrovare un volto e un frammento di una famiglia fragile e dispersa, di ricomporre il quadro, di far sì che assomigli almeno un po' alle belle famiglie latine floride e numerose come quella di Lorena, che un po' invidio. Non lascerò che il tempo faccia brandelli della mia famiglia sfigata: in questa trasferta americana ho dovuto lasciare qualcosa dietro di me, a Boston, in modo irrimediabile, ma so che qualcos'altro aspetta di essere portato alla luce, a Los Angeles. E' la mia frontiera e il mio riscatto.
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Wednesday, May 23, 2007
Skywalk
Abbiamo noleggiato una macchina e siamo andati fino al Grand Canyon, fino al ciglio cioè, su quella piattaforma di vetro sospesa sul baratro che si chiama Skywalk. Una deliziosa ragazza di Aspen, Colorado, mi ha chiesto se avevo le vertigini. La domanda era retorica, credo. La risposta comunque intuitiva, visto che stavo aggrappato al corrimano di acciaio in posizione colpo-della-strega, le nocche bianche e il volto sbiancato. Le ho detto che ero un montanaro come lei, anche se magari non lo sembravo. "Di dove?" mi fa, di Cortina, "ah, credo di averla già sentita", dice. Era carina e biondina e molto a suo agio. I miei compagni di viaggio stavano a un paio di metri di distanza, in mezzo alla passerella, a saltare forsennatamente per vedere se la struttura reggeva. Per salire sul coso c'erano alcuni gradini. Nel salirli ho pensato a Maria Antonietta che prima del patibolo si prese uno spigolo sulla fronte per non abbassare il fiero sguardo e l'ho ammirata sinceramente. Io che sono un borghese discendente di famiglia borghese non ho gli stessi problemi di portamento.
Il deserto del Nevada e dell'Arizona non è proprio deserto deserto, semmai una immensa distesa di arbusti bruciati dal vento e di piante grasse e spine e mimose senza fiori. L'abbiamo attraversato con la nostra macchinona su una lunghissima strada sterrata, una ventina di chilometri. Polvere, polvere dappertutto. Bisogna tenere chiusi tutti i finestrini e se si trova un'altra macchina che sta davanti o la si supera o si rallenta e la si lascia proseguire, perché sennò nella nuvola non si vede più niente. Il clima è migliore del nostro padano: arsura nelle ore del giorno, ma niente afa, e vento tiepido tutta la notte. All'ombra si respira. Al sole ci si asciuga le ossa.
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Friday, May 18, 2007
Da Boston a Las Vegas
Sono andato a Boston in cerca di qualcosa che non ho trovato. E' stata una piccola delusione, che avrei potuto prevedere, forse. Sono arrivato in tarda serata, una serata estiva, diversa da quelle che avevo conosciuto nel semestre scorso, piovose, o ventose, o gelide e immobili. Mentre trascinavo il bagaglio sui marciapiedi di Commonwealth Ave ho annusato l'aria densa della tarda primavera e l'ho trovata estranea e poco familiare. Poi nei giorni seguenti ho ritrovato le persone - quasi tutte - che avevo lasciato a dicembre: Miguel, Solenn, Dani, Carlos, Lorena, Aloysius, Giorgia, Owen, Simon, Lynn. Ho ritrovato il luoghi, i nomi, i piccoli punti di riferimento - la libreria di Kenmore, Barnes&Noble, il vecchio dipartimento di Storia con i suoi corrimani di legno scuro un po' scrostati, la fermata della metropolitana di Copley, sporca e cadente. Ma qualcosa manca.
E' l'odore del passato. Il tempo che e' andato non torna piu', e' cosi' banale da dirsi, ma anche le banalita' sono sulla nostra strada, e quando ci capitano non sono piu' banalita' ma rivelazioni, esperienze. Non basta rifare tutto daccapo, fare girare di nuovo la pellicola invecchiata. Il mondo di prima e' rimasto sigillato nella pellicola, e al massimo manda qualche bagliore fugace, qualche flebile segnale, quando proustianamente si toccano e si annusano e si sentono le cose di allora. Ma sono, appunto, momenti, attimi. Io cercavo di ritrovare l'anima del mio soggiorno a Boston, e invece con sorpresa ho scoperto che l'anima se n'era volata via la sera del 25 dicembre, quando l'aereo aveva lasciato il Logan International, e che era rimasto solo tutto il resto. Guai a pensare di dare vita ai cadaveri: e' un'operazione masochistica.
Siamo a Las Vegas. Il vento del deserto brucia nelle narici. Se getti l'occhio tra un palazzo di cartapesta e un altro vedi le alture grigie e pietrose che circondano la citta' a distanza, uno scenario spettrale e bellissimo. Vediamo se questa sera, che e' la prima in giro tutti insieme, mi fara' piacere Las Vegas per quello a cui piace al resto del mondo che viene qui, cioe' come grande baraccone dei grandi. Per ora, invece, sento tanto piu' forte il richiamo della foresta, cioe' della natura, del deserto... Si vedra'.
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Saturday, May 12, 2007
Boston, finally
Una figura lontana, in bianco, nell'aria scura. F. la vide avvicinarsi e prendere contorni piu' chiari. Era in Bay State Road, che a maggio profuma di pini e di erba tagliata. Le piccole entrate in pietra delle brownstone, tante graziose scalette grigie, si aprivano sui marciapiedi in una lunga successione, illuminate dai lampioni. Formavano tante isole di luce nel buio della notte. Era l'una e mezza del venerdi' sera. Gli studenti tornavano a casa dalla partita di baseball, dalle feste di addio, dai cocktail in Newbury Street. Lui no. F. era sbarcato a Boston un paio d'ore prima, dopo un lunghissimo viaggio dall'Italia che gli era sembrato non finire mai. Che non finiva mai! E che terminava in bellezza con l'ostello che lo cacciava fuori, "no beds for tonight", perche' non aveva confermato la prenotazione fatta su internet quando aveva visto che stava ritardando. Il tizio al bancone dell'ostello, una specie di fantasma postmoderno, un punk o qualcosa del genere, col suo codino di capelli unti e lo sguardo evaporato, che gli negava una telefonata agli alberghi vicini, e quindici minuti di internet per cercare un altro ostello, "no, mi spiace, internet e' riservato ai clienti". Il cellulare era morto. Allora era andato a cercarsi un telefono pubblico e un elenco telefonico, sudato, stanco, il viaggio che gli si appiccicava addosso, sul collo, sulle tempie, come un'eredita' sgradita. Aveva chiamato in giro, cinque, sei hotel. Volevano una stupida prenotazione online, oppure chiedevano il nome della sua compagnia - "non sono in un'azienda, sono un singolo", aveva detto inutilmente - oppure avevano una bella stanza per 299 dollari. E altre amenita'. Niente albergo. Ma aveva trovato Miguel al telefono. Che aveva fatto una corsa. Eccolo dunque arrivare, ora. La figura si faceva piu' nitida, lo riconobbe. Correva. Si salutarono.
Il viaggio era finito.
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Sunday, May 06, 2007
La rivoluzione francese
C'è stato un momento, negli ultimi due anni, in cui in molti abbiamo temuto per una nuova rivoluzione francese. Dalle banlieu, con gli scontri violentissimi dei teppisti, dalla Francia malata e insoddisfatta che ha votato per Le Pen, dai tanti cittadini che nell'era chiracchiana-socialista si sono sentiti fuori dal mondo, fuori dalla storia, si è percepito un sentimento di rifiuto totale. La rivoluzione, archetipo dell'identità francese, come manifestazione di insofferenza inevitabile.
Così non è stato. Ha vinto un'altra rivoluzione, quella di Nicolas Sarkozy, il nuovo presidente della Repubblica Francese. Quella che attendiamo per i prossimi cinque anni è una rivoluzione di idee e non di violenza, che faccia vincere un nuovo umanesimo francese, sottratto all'egemonia socialista e donato al patrimonio ideologico collettivo.
Nicolas Sarkozy ha vinto con un'affluenza record e con un numero assoluto di votanti altissimo. La sua opera governativa sarà dunque fortemente legittimata da questo imponente voto popolare.
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7:14 PM
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Présidentielle - Secondo turno: Liveblogging
20.00 TF1: Nicolas Sarkozy è presidente con il 53%
19.58 Le Monde: Nicolas Sarkozy è eletto con una larga maggioranza
Titolone sul sito di Le Monde, che riassume le rilevazioni di quattro istituti di sondaggi: la media dà Sarko al 53,5%.
19.28 "On a gagné"
Canti entusiastici al quartier generale dell'UMP: "abbiamo vinto, abbiamo vinto". A Place de la Concorde "è come la coppa del mondo", dice Libération.
18.57 Toscano: "so il nome dell'uomo che ha vinto"
Ghignante Alberto Toscano, corrispondente del Giornale e in collegamento al Tg4: "non posso ancora dire il nome dell'uomo che ha vinto".
18.38 Preparativi in Place de la Concorde. Chiusa la métro
La notizia non è nuova - da ieri l'UMP, il partito di Sarkozy, sta allestendo un placo nella centralissima Place de la Concorde, a Parigi. Ma ora Libération, quotidiano gauchista, lo mette in prima pagina. Lo stesso giornale riporta che "si sono sentite grida di vittoria" alla salle Gaveau, Parigi, quartier generale dell'UMP, alla "notizia non confermata di rilevazioni interne al partito che darebbero la vittoria a Sarkozy". Intanto, Le Figaro dà la notizia che "in vista di un assembramento di supporters di Sarkozy" le stazioni della metropolitana Concorde, Tuileries e Madeleine sono state chiuse.
18.29 Le stime del Partito Socialista
Stime interne del Partito Socialista francese basate su rilevazioni nei seggi darebbero Nicolas Sarkozy vincitore al 54%. Lo riferisce la televisione francofona svizzera tsr.
Il Liveblogging di Tocque-ville
Salutiamo gli altri bloggers di Tocque-ville che seguono in diretta l'elezione presidenziale francese: Daw, Mario Sechi, Neocon Italiani, RDM20, StarSailor.
18.17 TNS-Sofres: affluenza finale all'86%
Se confermato, il dato sarebbe il più alto della Quinta Repubblica dopo il record del 1974 (87,33%).
18.09 Le Soir: Sarko 53-56%
Per il quotidiano belga Le Soir, Sarko oscilla tra il 53 e il 56%. Ma, inutile ricordarlo, stiamo inseguendo exit-poll svolti con chissà quali metodi. Attendons!
17.56 L'affluenza finale sarà tra l'85 e l'86%
L'affluenza finale al secondo turno sarà dell'85% secondo IFOP, dell'86% secondo CSA e Ipsos.
17.41 Le Temps e La Tribune: Sarko 54%, Royal 46%
Le Temps precisa: alle 16.15, secondo i propri exit-poll, il distacco tra i due contendenti sarebbe dell'8% per il candidato UMP. Identico responso della Tribune de Genève: Sarkozy oscillerebbe tra il 53 e il 55%. Intanto Sarko ha raggiunto verso le 17 il proprio quartier generale.
17.20 Alle 17 ha votato il 75,11%
E' arrivato il dato delle 17: 75,11% di partecipazione, il più alto dal 1965. Al primo turno, alla stessa ora, era al 73,87%, e al secondo turno del 2002 era al 67,6%.
16.41 Le Temps: "vantaggio di Sarkozy"
Vaghissimo titolo uscito venti minuti fa sull'organo svizzero francofono Le Temps: "secondo tutte le nostre prime informazioni basate su differenti exit-poll (soprattutto dei dipartimenti d'Oltremare) il candidato della destra, Nicolas Sarkozy, sarebbe in testa". Stesse controindicazioni della Tribuna di Ginevra.
15.03 La TdG: Sarkozy accresce il distacco
Secondo la Tribuna di Ginevra di ieri, i sondaggi delle ultime ore, non pubblicabili in Francia nelle 48 ore precedenti il voto, dicono che Sarko cresce ancora sulla Royal: ora il vantaggio sarebbe "tra 8 e 11 punti". Ma la Tribune, quotidiano svizzero che rischia grosso per l'accusa di influenzare le elezioni francesi, le aveva anche sparate grosse nel pre-primo turno. Da prendere con cautela.
14.39 Cresce ancora l'affluenza
Alle 12 ha votato il 34,11%, il tasso più alto di partecipazione a midi dal 1974. Cresce rispetto al primo turno (31,21%). A Parigi, la progressione è ancor più elevata: 29,25% rispetto al 24,56% del 22 aprile. Nei territori d'Oltremare e presso i Francesi all'estero il voto, tenutosi ieri, si è chiuso in forte rialzo. Non c'è molto di nuovo, tuttavia: sempre dal 1974, ogni secondo turno nella Quinta Repubblica ha richiamato più Francesi alle urne del primo, con aumenti dall'1,3% all'8,2%.
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Friday, May 04, 2007
Perché Sarko sarà più importante della Merkel
Quello che Sarko promette - lo abbiamo visto in questi mesi - è più di un nuovo governo, o di un programma efficace, che resterebbero chiusi nel recinto del minimalismo. Il candidato dell'UMP ha parlato invece di una vera rivoluzione culturale, che "liquidi" una volta per tutte l'eredità del '68, e con essa le stanche categorie intellettuali del "politicamente corretto", del "pensiero unico", della fuga nell'irrealtà. Non è nuovo che a destra ci si lamenti delle nefaste conseguenze del '68; è invece un fatto degno di nota che un candidato alle elezioni scelga di farne un cardine del suo programma, e che chiuda la campagna elettorale parlando di questo anziché di tasse, salari o poliziotti di quartiere.
C'è un'altra ragione per cui questa elezione può avere conseguenze storiche. Da sempre la Francia è il polmone culturale d'Europa, quanto la Germania ne è il motore economico, la Gran Bretagna la porta aperta sul mondo, l'Italia il verde giardino. Dal primo medioevo (vedi Madariaga) la Francia ha avvolto l'Europa in una grande fascinazione, in una rete di idee luminose. In Francia è nata sul piano teorico la modernità, mentre in Inghilterra la si sperimentava. E dalla Francia sono nate, attorno all'adesione o al rigetto di questa modernità, le sfumature politiche della destra e della sinistra (vedi Galli Della Loggia). In questo senso, i cambiamenti politici che avvengono in Germania, ad esempio, che a diritto dovrebbero contare di più (se non altro per una questione di demografia e di economia) non sono ugualmente importanti per tutti noi: anche per questo, e non solo per la simpatia che ci suscita Sarko, attendiamo con interesse e speranza il risultato di domenica.
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Thursday, May 03, 2007
Aggiornamenti sulla Présidentielle
1. E' arrivato l'endorsement ufficiale di Jean Marie Colombani, direttore di Le Monde, per Ségolène Royal. Curioso, dalle parole del direttore sembra quasi più forte la preoccupazione per le sorti del Partito Socialista che per quelle del Paese. Infatti: "la sconfitta [di M.me Royal], soprattutto se fosse pesante, farebbe piombare inevitabilmente il PS nei regolamenti di conti, il ritorno in forza di tutti gli arcaismi e di tutte le utopie negative". La sua vittoria, invece, darebbe il la alla trasformazione della sinistra. Conclude Colombani, con una discreta torsione logica: "è una scommessa. Per il Paese, merita di essere giocata".
E questo nonostante nello stesso editoriale si ammetta la "debolezza" del programma socialista, l'assenza di "misure-faro" davvero riformatrici, e si constati la differenza, ad esempio, con Jospin 97 e le sue trentacinque ore. Mah. In compenso, per Colombani, Sarko è portatore di una "concezione che antagonizza" le parti sociali, e il suo potere sui media chiama alla "vigilanza". Da una parte, spiega, c'è la Royal che rappresenta i ceti medi; dall'altra, Sarko è l'uomo dei ricchi e dei poveri, dei due estremi. Allo stesso tempo, però, il direttore di Le Monde ammette che Sarko ha "rifondato la destra" e che il suo è un progetto "coerente e controllato. E' per questo che era assurdo demonizzarlo". Gli fa eco Franz-Olivier Giesbert, dalle colonne di Le Point, quotidiano di centrodestra: la demonizzazione di Sarkozy si sta rivelando "un boomerang", perché "l'odio e l'isteria non sono dei buoni mezzi di comunicazione".
2. Bayrou: non voterò Sarko. Dopo il dibattito di ieri, il capo dell'UDF fa un altro passetto verso i socialisti, attraverso una negazione anzichè un'asserzione, com'è nel suo stile. Riuscirà a dire "Ségolène" entro il voto di domenica? Mi scrive Solenn, elettrice cattolico-moderata di Sarko: "non mi piace questa tattica poco chiara di Bayrou". Forse non è la sola.
3. Ieri c'è stato il dibattito pubblico tra Sarko e Ségo, seguito da milioni di spettatori in Francia e forse anche da qualche consistente migliaia di Italiani che, come me, si sono del tutto disinteressati alle vicende del Milan e hanno invece optato per la diretta di La7. Tutti si sono complimentati con la Royal per la grinta e la decisione (a tratti un po' demagogica) con cui ha attaccato il suo avversario. Io mi complimento per la scelta del look, che per l'ennesima volta era semplciemente perfetto, una delizia di neri e di bianchi. Ma i Francesi sembrano averle preferito Sarko: secondo una rilevazione Opinionway pubblicata da Le Figaro il 53% degli spettatori giudica Sarko "più convincente", rispetto al 31% che gli preferisce la Royal. Il candidato del centrodestra trionfa tra gli elettori centristi: 51 a 25. E' giudicato più "rassicurante". Forse avrà pesato il momento topico in cui Ségolène socialista si è detta "in collera" per come Sarko aveva trattato il tema degli handicappati. La risposta del suo contendente, imperturbabile: "calmatevi, Madame". "No che non mi calmo!". "Un Presidente della Repubblica deve essere calmo", ha risposto Sarko.
4. Ha avuto un discreto impatto, durante il meeting a Bercy, Parigi, il richiamo di Sarkozy al generale De Gaulle: in platea era seduto il figlio, Philippe, che si è quasi commosso. Nei giorni scorsi si era affrettato a dire che lui voterà certamente per Sarkozy, cosa che i Francesi potrebbero tenere in un certo conto. Altro illustre supporter sarkozista: Valery Giscard D'estaing, fondatore dell'UDF.
5. Infine, il sondaggio Ipsos: per l'istituto che è andato più vicino all'azzeccare i risultati del primo turno, a tre giorni dal voto non c'è storia: è un 46,5% a 53,5% per Sarko, sette punti di distacco. Sono molti. Stiamo a vedere.
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Tuesday, May 01, 2007
Piccola guida della Venezia Giulia per irredentisti del XXI secolo
A Albona. Sta in cima a un cucuzzolo sulla strada tra Pola e Fiume. Di Italiani ce ne sono pochi, pochissimi. Sotto al paese sta l'agglomerato minerario di Podlabin, all'inizio del Novecento era un feudo socialisteggiante. Qui le due etnie si sono fatte la guerra e almeno tredici dei nostri sono finiti nelle Foibe. Con Renato, amico napoletano, buttiamo un occhio dentro alla chiesa principale: ci sono i bambini che si preparano per la comunione, pronunciano il proprio nome al microfono uno dopo l'altro, sotto l'occhio delle mamme un po' apprensive e del parroco rustico e bonario che li riprende se parlano troppo piano. Ma in mezzo ai Radovich e ai Bogdanovich ecco "Elisa Luciani", 8 anni, biondina, scandisce il suo nome forte e chiaro. Per noi sulla soglia della chiesa è un piccolo tuffo al cuore.
B Belle Epoque. Un'orgia di belle époque ad Abbazia, sulla costa orientale dell'Istria, a due passi da Fiume. Che delizia venire a fare "la villeggiatura" nel 1910 in questa San Remo degli Asburgo, quando al gran caffè del centro venivano a suonare Strauss e l'estate volava in un passo di valzer... Ma anche vent'anni dopo, quando sotto ai porticati delle villette triestini e fiumani si trovavano a raccontare l'ultimo lavoro di Puccini. Un mondo scomparso.
C Costantinopoli. Lontana e vicina, unico tramite culturale per i Parentini e i Rovignesi e gli altri romanici della costa adriatica nell'altissimo medioevo, quando a dieci chilometri, nella campagna dell'entroterra, correvano le bande slave e la strada era dunque sbarrata. Capodistria si chiamava Giustinopoli. A Parenzo leggevano i codici nella basilica rivestita di mosaici dorati, sembra un po' Ravenna. Adesso si può andare a mangiare un buon carpaccio di pesce nel ristorante affacciato sul porticciolo.
H Harry's Bar. Ci era stato segnalato da persona accorta, sull'angolo di Piazza Oberdan, a Trieste, dove partono gli autobus per Barcola. Posto squallido. Da evitare.
K Via Kandler. Una traversa di Via Giulia. C'è un affittacamere molto carino. Da ricordare.
L Lotta Popolare di Liberazione. LPL. Così chiamarono in Jugoslavia la carneficina di Italiani praticata tra il 1943 e la fine della guerra dai partigiani titini. Una sovrabbondanza di targhe nei comuni istriani dove il turismo di massa arriva meno, per fortuna coperte dalle fronde degli alberi e dall'incuria degli abitanti attuali, che al massimo pensano ai benefici economici dell'ingresso nella UE. Sulle targhe, gli Italiani sono sempre "fascisti"; i partigiani agirono in nome dell' "amicizia italo-slava".
M Milano. "Siamo di Milano", hanno detto gli sciattoni sul corso principale di Fiume. "Non è che avete roba, o sapete dove la vendono qui..."
Milano, o più probabilmente Rozzano, Abbiategrasso, Quarto Oggiaro: che importa? Questi ragazzotti sono venuti fin qui in cerca dell'Est, concetto vaghissimo e sfumato, approdando a Fiume, ma per loro potrebbe essere Kiev, Praga o Bucarest: importa solo farsi un po' di canne, come nella periferia milanese. Li abbiamo reindirizzati a Lubiana, magari là trovano qualcosa, nelle discoteche dei sobborghi, che si dice siano più mondane e internazionali delle nostre.
N Nomi dei paesi. Laurana, Moschiena, Pinguente, Veglia, Sanvincenti. Erano pieni di musica e poesia, spesso più di quelli dei comuni rimasti italiani, nelle province di Udine e di Gorizia. Ora gli stessi luoghi si chiamano Lovran, Moscenice, Buzet, Krk, Svetvincenat. Guai a chi si dimentica il loro toponimo italiano, e chiama l'amico al cellulare dicendogli di stare a Koper anziché a Capodistria: si merita un internamento in una palazzina scrostata del socialismo reale, di quelle che stanno intorno a Rijeka, pardon, Fiume.
P Pepi. Trattoria a buffet davanti al palazzo della Borsa, a Trieste. Detto universalmente "Pepi sciavo", i Triestini sennò non capiscono. S-ciavo, cioè schiavo, cioè slavo, è l'etimologia, immune dal politicamente corretto. Sosta doverosa per una gran bella mangiata di carne. Molta senape e rafano, quasi una scoperta per l'amico napoletano che, giustamente, a malapena sa cosa siano queste stramberie nordiche.
Q Quarnero, o Carnaro. E' il golfo di Fiume, su cui si affacciano le prime isole dalmate, meta di un prossimo viaggio, spero presto. Dal 1920 al '21 D'Annunzio ci fece la Reggenza del Carnaro, ed evitò una mutilazione e un esodo forzato. Che comunque avvenne, lo sappiamo, a distanza di un paio di decenni.
S Snazionalizzazione. "La violenta politica di snazionalizzazione perpetrata dal fascismo giuliano". Tutte balle. Basta vedersi il censimento segreto del 1936. Croati e Sloveni stavano fermi sulle percentuali di quindici anni prima, dove non aumentavano addirittura. Quando Mussolini lo lesse si incazzò parecchio. Ma niente cambiò anche allora: gli occhi degli Italiani erano altrove, alla "quarta sponda" libica, alla Somalia, all'Abissinia.
T Teognide. Era un grande poeta di Megara, scrisse elegie avvolte da un cupo pessimismo per il degrado dei tempi. Era anche il nickname di un amico conosciuto su internet, e ieri conosciuto in carne e ossa, appuntamento alle dieci e mezza della sera in Piazza Unità, a Trieste. E' un incontro inaspettato, improbabile, inconsueto. Capelli rossi, carni bianche, andatura nervosa. Anche lui ha la sua modernità da criticare, la sua bella retorica densa di disprezzo per il mondo che gli cambia intorno. "Trieste non vale niente - dice - è un emporio sorto dal nulla duecentocinquant'anni fa. Non vedete come è finta, inautentica?" A me più che quello di un conservatore sembra il linguaggio dei neomarxisti, più che Teognide mi pare Walter Benjamin. E' proprio vero che gli estremi si toccano.
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Wednesday, April 25, 2007
25 aprile: San Marco
E' il 25 aprile e la tradizione vuole che oggi si festeggi San Marco evangelista, patrono di Venezia e autore del più antico dei quattro Vangeli. E' una bella giornata di sole, un po' afosa a dire il vero. L'ideale sarebbe dunque una dolce trasferta veneziana, per andare a visitare una delle basiliche più belle della cristianità, dove San Marco oggi riposa, e per pensare al tempo lontano quando insieme alle spezie e ai tessuti i mercanti portavano dall'Oriente le spoglie sacre dei nostri santi. Adesso, al massimo, per le bocche della Laguna ci passano un paio di petroliere.
E' il 25 aprile: Viva San Marco!
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Sunday, April 22, 2007
Un voto del Ventunesimo Secolo
Identità, sicurezza, valori, scelte morali. I temi della campagna delle Presidenziali 2007: urgenti, ineliminabili, inevitabili. Sono Sarkozy e Royal, e Sarkozy con qualche significativo punto di distacco, i protagonisti di un voto storico: l'85% dei Francesi, mai così tanti da 40 anni, una cifra altissima, sono andati a votare, chiamati dai grandi temi della politica contemporanea.
I primi voti reali (vedi il sito di El Pais) dicono 30 a 24, un bello stacco, sei punti. Sono preziosi per la vittoria di Nicolas Sarkozy al secondo turno.
Identità, sicurezza, valori, scelte morali. Li aveva snobbati Bayrou, il candidato della noia centrista, della moderazione intesa come indecisione: ed è rimasto indietro. Anche Le Pen e la sua destra cupa e conservatrice è in forte affanno, e di questo (più che le grida isteriche della gauche) i democratici dovrebbero ringraziare la nuova destra sarkozista, che gli ha tolto il tappeto da sotto i piedi.
Noi, si sa, tifiamo per Sarko, che ha appena rilasciato un bellissimo discorso: www.sarkozy.fr lo mette online.
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Sarko è avanti
Sarkozy è avanti sulla Royal. Di quanto? Due, tre, cinque punti. Ma secondo tutti gli istituti di sondaggi, il candidato del centrodestra è primo nella sfida presidenziale. Gli altri starebbero indietro, tanto, troppo per minacciare il bipolarismo Ump-Ps. Vediam come le cose vanno avanti. Su Canale 5 l'inviata da Parigi (Mimosa Martini? Non ricordo) ha parlato di "lunghe code" ai seggi parigini. Tutta la Francia ha votato con alta partecipazione, forse si supera il record (84,7%) del 1965.
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Primi Exit-Poll: è un Sarkozy-Royal
Secondo tutte le prime rilevazioni, oscurate in Francia ma leggibili sul sito del Corriere in una sintesi, Sarkozy e Royal sono molto avanti rispetto a tutti gli altri. Per la Tribuna di Ginevra siamo a un 26-30% per Sarko e a un 23-27% per la Royal. Bayrou resta piuttosto indietro. Ma gli exit-poll si sa, sono poco più che un oroscopo. Si deve ancora attendere.
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Alle 17 siamo al 74%
Dato record di affluenza alle presidenziali francesi. Alle 17 si sono recati a votare il 73,87% dei votanti. Lo dice il Ministero dell'Interno.
Per CSA l'affluenza finale, alle 20, sarà dell'85%. Ifop stima un 87%. Si tratterebbe di un record storico di partecipazione, il più alto della Quinta Repubblica.
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"Mai visto"
"Ci si deve battere per andare a votare, è la rivoluzione!" A Bordeaux, feudo elettorale della destra gollista, i responsabili del voto sono stupiti. "Mai visto", dicono, che ci si dovesse mettere in coda fuori dai seggi: vedi il reportage di Libération, da un po' tutta la Francia. A breve arriverà il dato dell 17.
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4:17 PM
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Alle urne, alle urne
In Francia l'affluenza al primo turno alle ore 12 risulta in forte rialzo rispetto al 2002: 31,21% contro il 21,4% delle precedenti elezioni. Era dai tempi di Mitterrand che non si vedeva una cosa così. "Aux urnes, citoyens!", titola Le Figaro parafrasando la Marsigliese. Se il dato dovesse essere confermato nelle prossime rilevazioni, saremmo di fronte a un fenomeno analogo a quello italiano del 2006 e degli USA 2004: una tendenza opposta rispetto a quella a cui eravamo abituati negli ultimi vent'anni, della disaffezione e della noia. Ci penseranno su, forse, sondaggisti e cronisti che hanno passato l'ultimo mese a spiegarci che l'astensione al voto in Francia era altissima. A dopo.
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Saturday, April 21, 2007
Domani la Francia vota. Sarko è in testa
Ci dicano tutto quello che vogliono, i nostri cronisti wishy-washy: che ci saranno tanti astenuti, che l'incertezza prevale, che c'è l'incognita Bayrou, che forse Le Pen va su, che forse no, che però Ségolène ha avuto ospite Zapatero.
Ma i perenni indecisi sono loro, i commentatori, che hanno paura di esporsi. La verità è che Sarko va forte, e che ci sono serie possibilità, ragionevoli speranze, che domani risulti il candidato più votato al primo turno delle presidenziali francesi.
Ecco il suo spot sulla identità: è un manifesto dei tempi nuovi, perché parla con audacia e franchezza e affronta il grande problema che l'Europa (tutti noi quindi) ha di fronte: qual è il contenuto di idee e valori che uno stato deve possedere, per essere accettato o respinto? Lo fa con simbologia e psicologia tipicamente francese - con l'immagine di una donna che si ama o si lascia. Non è un candidato perfetto, Nicolas Sarkozy; ma è un candidato del XXI secolo, a differenza dei suoi competitors. E questo è uno spot del XXI secolo, guardatelo.
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Tuesday, April 17, 2007
Il nuovo turismo è il turismo dell'acqua
Portare a Cortina d'Ampezzo il "turismo dell'acqua"? Sembra fantascienza, a giudicare dalle strutture esistenti, che cadono a pezzi, a cominciare dalla piscina comunale. Ma per il presidente di Confindustria Belluno Valentino Vascellari è una sfida possibile, che Cortina può e dovrebbe raccogliere. "E' l'unico modo per prolungare la stagione turistica in montagna, che altrimenti si riduce a un mese o poco più", ha spiegato nel corso della trasmissione di Canale Italia Notizie Oggi, condotta da Luigi Bacialli.
Che cos'è il turismo dell'acqua? Letteralmente, tutta l'industria turistica che ruota intorno alle piscine, alle terme, alle saune. Una realtà emergente, in un contesto storico che spinge il consumatore a ricercare il benessere come valvola di sfogo dall'opprimente quotidianità metropolitana. Al turista postmoderno insomma non basta più il tradizionale soggiorno con amici o parenti a base di escursioni e passeggiate, pedule e stelle alpine. Ma forse non è una questione di modernità o arretratezza, ma di abitudini culturali, che da noi stentano ancora ad affermarsi. Uno sguardo alle località turistiche dell'onnipresente Alto Adige rende evidente il gap: quanti centri di benessere con terapie a base di acqua, quanti acquafun e piscine e vasche e vapori e idormassaggi? Per non parlare dei vicini austriaci, per i quali un impianto idrotermale è un must, una necessità, per un paese di villeggiatura che si rispetti.
Anche per questo, e per ovviare alla realtà drammatica di una stagione che si riduce e si intensifica di anno in anno, con l'ossessiva rincorsa ai quindici giorni scarsi di esposizione vacanziera, Vascellari auspica un cambiamento di strategia. Cortina è bella e fichetta, ma, fa intendere il presidente, può fare molto, molto di più. Può armarsi alla conquista delle stagioni morte. Chissà che a questo punto non siano operatori esterni a portare nelle nostre zone una cultura turistica che, per ora, non ci appartiene.
Intanto Vascellari guarda alle infrastrutture della Provincia di Belluno, che portano turismo e servizi alel industrie: al raccordo autostradale da Belluno a Tolmezzo soprattutto, che passerà per una parte del Cadore (la zona di Calalzo, Domegge e Lozzo) e poi sotto al passo della Mauria, per finire nell'alto Friuli. Un'opera che ha ricevuto l'input giusto, perché "si è manifestata la volontà collettiva di tanti comuni della provincia", e che quindi non è lontana dal trasformarsi in cantiere aperto. Sfuma invece, si allontana inesorabilmente all'orizzonte, la famosa tangenziale di Cortina voluta e promessa dall'ex ministro Lunardi. Restano un po' di carte depositate all'Anas e qualche proiezione catastrofista prodotta dai gruppi verdi di opposizione. Insomma, smaltite le code a Longarone e a Pieve di Cadore, bypassati i tanti centri della Val Pusteria con altrettante circonvallazioni, turisti e residenti di Cortina avranno sempre la cara vecchia certezza di un paio di chilometri di serpentone a passo d'uomo direttamente nella Conca.
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Monday, April 16, 2007
Separati in casa: Cortina verso il Südtirol?
Separatismo: da Cortina d'Ampezzo a Rovigo, il Veneto perde i pezzi. Perché?
Ne parlerò domattina, a partire dalle 6.30, durante la trasmissione di Canale Italia Notizie Oggi, condotta da Luigi Bacialli. Presente in studio anche il Presidente degli Industriali di Belluno, Valentino Vascellari.
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Saturday, April 07, 2007
Cortina lascia la Serenissima? Una provocazione.
Il Consiglio comunale di Cortina ha dato il via libera ieri alla richiesta di indire un referendum per cambiare regione. Con il voto unanime dei 15 consiglieri presenti, si è deciso di avviare le procedure che dovrebbero concludersi nel prossimo autunno, con la chiamata alle urne dei cittadini per dire se vogliono lasciare il Veneto per passare in Trentino Alto Adige.
Prima di ogni considerazione di ordine economico sull'opportunità o meno di passare con l'Alto Adige, una precisazione di carattere "culturale".
Dal 1077 al 1420 Cortina fa parte della Patria del Friuli, dipende cioè dal patriarca di Aquileia.
Dal 1420 al 1511 fa parte della Serenissima Repubblica di Venezia.
Dal 1511 al 1918 è incorporata ai domini asburgici, con ampie autonomie.
A Cortina si parla un dialetto unico e specifico, che fa parte del gruppo delle lingue ladine, che a loro volta rientrano nel gruppo delle lingue retoromanze. E' una forma di volgare, un'evoluzione del latino alternativa rispetto all'italiano fiorentino, al veneto, al castigliano. Non fa parte della famiglia delle lingue germaniche. A Cortina non si è mai parlato il tedesco.
Geograficamente, Cortina è al di qua della linea di spartiacque, cioè il suo torrente, il Boite, si getta nel Piave e di là nell'Adriatico. A dieci chilometri abitano gli eterni rivali sanvitesi, che parlano un dialetto leggermente diverso - in pratica, mentre un Ampezzano dice "zinchezènto" un sanvitese dice "thinchethènto". A trenta chilometri, a Dobbiaco, stanno i bucolici paesaggi della Val d'Isarco, nel mezzo il tranquillo fiume che finisce nel Danubio e poi nel Mar Nero (!). Là ci sono i Kraler, i Pircher, gli Oberhofer, qua gli Alverà, i Ghedina, gli Zardini.
Non c'è alcuna supposta "ragione culturale" per cui Cortina dovrebbe stare con l'Alto Adige-Südtirol. Ci possono essere interessanti e legittime considerazioni di convenienza economica e turistica. Ok. Dopotutto, siamo circondati da territori a statuto speciale, che godono di privilegi economici incredibili, e praticano pertanto una concorrenza sleale.
E allora, se questo è il vero motivo, chi se ne importa di quale statuto speciale. Andiamo col Friuli-Venezia Giulia. In fondo, un legame storico c'è: sono altrettanti quattrocento anni di cammino in comune. Cortina come villaggio è nata durante il pacifico medioevo, sotto la protezione del Patriarca, formalmente di Aquileia, in realtà residente a Udine, quando i primi coraggiosi sono venuti a sfidare il bosco, a coltivare i campi, a pascolare le vacche e le pecore. Era, la Patria del Friuli, uno "stato ladino a sud delle Alpi", come dice Richebuono. Eccola qua, pronta, l'autonomia, e lo Statuto speciale. E gli schei.
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Monday, April 02, 2007
Gli Inglesi sono sempre più avanti
Mentre da noi impazza il sito dei colleghi padovani che mettono online tutti i video col peggio della scuola italiana, nel Regno Unito, dove a quanto pare il bullismo è un problema sociale, arrivano nuove (doverose) disposizioni a favore degli insegnanti: sì a ragionevoli interventi disciplinari, sì a perquisizioni, sì al "sabato punitivo" passato a scuola anziché a casa. LEGGI.
Dai tempi del Domesday Book, il primo censimento della storia, nell'XI secolo (!), gli Inglesi sono "sempre più avanti". Mentre Cameron e Brown fanno la gara a chi è più verde, nel Paese clamorosi ripensamenti di giornali e istituzioni abbattono uno dopo l'altro i simboli della sciatteria moderna: a parte le novità in materia di ordine a scuola, ha fatto scalpore un paio di settimane fa la prima pagina dell'Independent, che sulla cannabis dice con onestà: "abbiamo sbagliato", quando vi dicevamo che in fondo non fa male. Our apologies.
In Italia aspettiamo impazienti.
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Thursday, March 29, 2007
Francia e identità: la lezione di Finkielkraut
Alain Finkielkraut, il filosofo ebreo francese che con Glucksmann e altri forma l'élite culturale della nouvelle droite, ha tenuto la settimana scorsa un intervento presso l'Università di Tel-Aviv. Il quotidiano Haaretz riporta una sintesi del discorso di Finkielkraut, il cui supporto per Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 22 aprile, pur non ufficiale, è più che evidente.
Il multiculturalismo ha fallito, dice Finkielkraut. Gli Ebrei sono in pericolo in un paese "post-nazionale", che rifiuta il sentimento di Patria in favore della neutralità identitaria, perché allora minoranze più forti, come quella islamica, possono vincere con la violenza. E nel mirino non ci sono solo gli Ebrei, ma anche i Cristiani, attraverso "la semplicistica riduzione della politica in due forze opposte: la borghesia contro gli immigranti". Infatti, "in questo modo il Cristianesimo può essere costantemente attaccato, ma è proibito dire una sola parola dell'Islam, perché è la religione degli oppressi e se dici qualcosa contro di essa, allora sei un razzista".
Come riportato nell'articolo, Finkielkraut è stato oggetto di una violenta campagna denigratoria nel novembre 2005 per alcune osservazioni "scomode" sulla necessità di fermare i "selvaggi" che devastavano le periferie ("racaille", direbbe Sarkozy) anziché sforzarsi eternamente di "ascoltare" e "comprendere".
"Ecco perché Sarkozy ha successo: perché non usa un linguaggio politicamente corretto. Dice la verità, e la gente ascolta".
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Saturday, March 24, 2007
Francia e identità: Bayrou alza il sopracciglio
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Friday, March 23, 2007
Il berlusconismo latente
Un po' di tempo fa, Ferdinando Adornato e molti altri esponenti del centrodestra si sono trovati a Roma per parlare di Berlusconi, anzi, del berlusconismo. Il risultato dei loro incontri si trova sulla rivista di Fondazione Liberal in edicola in questi giorni, e a questo link è possibile leggere l'intervento di Adornato. L'analisi è interessante, ma un po' l'abbiamo già letta: il liberalismo popolare di cui parla con toni (giustamente) entusiastici Don Gianni, la sintesi tra continuità e innovazione, il superamento dell'opposizione laici/cattolici. Eccetera.
Quello che manca, però, a mio parere, nelle analisi un po' "sdraiate" e apologetiche della destra e in quelle apocalittiche e isteriche della sinistra è una lettura su una seconda conseguenza del fenomeno Berlusconi, che nel bene e nel male investe l'Italia dal 1994: il berlusconismo latente.
Seguendo la parabola politica ed elettorale di Forza Italia si potrebbe infatti dedurre che l'universo berlusconiano coincida con quello del suo partito, cioè grosso modo di un 20 - 30% dell'elettorato italiano; che sia fatto in prevalenza da casalinghe, pensionati e lavoratori autonomi; che si riveli soprattutto in certe regioni "azzurre" (Lombardia, Veneto, Puglia e Sicilia le più fedeli); che si ritrovi in occasione delle elezioni in grandi convention e sfondi azzurrini. Tutto vero, ma c'è dell'altro.Questo è infatti il berlusconismo "ufficiale", potremmo dire istituzionale se non fosse che l'aggettivo mal si accorda con lo spirito poco istituzionale e anzi un po' allegramente anarchico di Forza Italia. Il vero fatto politico e sociale che emerge in questo lungo decennio è invece che l'impronta di Berlusconi si riflette paradossalmente su quei settori di società e di opinione pubblica che berlusconiani non si dichiarano, e che Berlusconi alle elezioni non lo votano.
1. Prima di tutto bisogna analizzare il "berlusconismo non ufficiale" degli alleati. La fedeltà di partito impone agli elettori di An, Udc e Lega una scelta elettorale che può creare problemi seri a Berlusconi (che manovrerebbe più volentieri la scena politica con Forza Italia al 51%, come usa dire). Ma in realtà gli elettori di Casini non vogliono davvero avversare Berlusconi, e tantomeno quelli di An e Lega. Essi nutrono anzi in larga maggioranza una gran simpatia verso il leader della "coalizione", e per un altro apparente paradosso, non vorrebbero davvero che Fini, Casini, Bossi o Maroni o Calderoli stessero al posto suo. Perchè altrimenti quegli indici di gradimento così elevati, in tutti i sondaggi, per Fini e Casini, che poi elettoralmente sono battuti sonoramente da Forza Italia? E perché la corrente dei "berlusconiani" di AN (che curiosamente coincidono con i cosiddetti "finiani"!) continua ad essere maggioritaria nel partito rispetto all destra sociale? E', semmai, quella del composito mondo del centrodestra, una "risposta" dialettica e sorridente al Cavaliere, che permette tra l'altro che il berlusconismo si compenetri nel tessuto culturale italiano in modo più graduale ma anche più sottile e profondo: insomma, quello più efficace per far sì che la "rivoluzione" berlusconiana sia durevole anche dopo la scomparsa (politica) del suo fautore.
Non dovrebbe stupire, se leggiamo il comportamento sociale degli Italiani sulla base della loro eredità culturale cattolica. Il cattolicesimo, al contrario del protestantesimo, è fatto di grandi figure di mediazione, di gerarchie, di Santi e santini, di padri della Chiesa. In ambito spirituale, il santo è colui che, agostinianamente, raccoglie la fede dell'umile e la trasferisce al Padre (la intercessione). Nel suo alveo si è sviluppato il feudalesimo, un sistema che permette la fedeltà a più figure sovrapposte, per cui attraverso il mio signore io sono suddito del re - ovvero: con la mediazione del conte io riconosco l'autorità del sovrano. Sono figure - religiose o secolari - di cui il mondo protestante si è liberato da alcuni secoli e quindi poco comprensibili in una lettura "protestante" della politica: negli Stati Uniti, in Gran Bretagna non esistono le "coalizioni", esistono i partiti con il proprio candidato.
Così, il berlusconismo del "popolo del centrodestra" si fa manifesto il 2 dicembre in Piazza San Giovanni: non c'è dubbio, quella piazza era per lui, per Berlusconi, anzi per Silvio, Silvio che "liberaci dai comunisti", Silvio che "basta tasse", Silvio che "ritorna, ritorna". Silvio: non Gianfranco, Umberto, Roberto, tantomeno Pierferdinando. Berlusconi può sperare che quei due milioni di cittadini voteranno poi tutti per lui - per Forza Italia cioé: ma è chiaro ormai che questo non accadrà. Non è accaduto per tredici anni, e gli alleati di coalizione hanno il proprio elettorato radicato e fedele. No, la piazza è tornata a casa con le proprie bandiere di partito, con le fiamme, gli scudi crociati, Alberti da Giussano, edere, tricolori, stelle a sei punte, stelle e strisce, croci celtiche. Un mondo variegato, plurale, anarchico, e spesso conflittuale e incerto. Ma latentemente berlusconiano.
2. In secondo luogo gli avversari. Sì, il berlusconismo vince e si diffonde nel momento in cui impone alla sinistra il cambiamento, più o meno profondo, dello stile e delle figure. Vince nel momento in cui impone Prodi come candidato dell'Unione. Il berlusconismo è tutto incarnato nella figura di Prodi, una figura modellata sul proprio avversario, sulla promessa di essere esattamente l'opposto del Cavaliere, più che nella proposta politica nei valori, nell'immagine, nella cultura di riferimento. Lo ha detto anche Francesco Verderami nell'ultima puntata di R come Retroscena, il suo nuovo programma su La7: i due avversari servono l'uno all'altro poiché è la loro dialettica che si è sovrapposta a quella precedente, partitica, della Prima Repubblica. Quello che la trasmissione mancava di aggiungere, però, è che questa dialettica l'ha imposta lui, Berlusconi, con due anni di anticipo sulla scelta dell'Ulivo di candidare Prodi. E' nell'impossibilità di "superare" Berlusconi con una proposta politica indipendente che si misura l'effetto del berlusconismo nel centrosinistra. (Forse una prima alternativa è rappresentata dalle liberalizzazioni di Bersani, che tentano di togliere terreno al centrodestra attraverso un'operazione mediaticamente affine, di taglio liberistico, ma vicina alla tradizionale ostilità della sinistra verso alcuni ceti sociali). Larga vittoria del berlusconismo è anche in quei settori mediatici nominalmente "di sinistra" ma che di fatto più o meno consciamente riflettono, anche nelle critiche feroci, il sistema berlusconiano: Mentana, Costanzo, Lerner, Santoro, La Gialappa's, i comici di Zelig.
3. E' però nel vastissimo campo dei "senza partito" che il berlusconismo latente dimostra la sua affermazione. Con "senza partito" penso non solo ai milioni di Italiani che non votano o votano scheda bianca/nulla, ma anche quegli altri milioni che decidono alla fine, senza opzione ideologica o fedeltà partitica: in pratica, la maggioranza, in entrambi gli schieramenti. Che essi poi votino a destra o a sinistra, non importa: la società italiana è latentemente berlusconiana, da tredici anni a questa parte. In che modo? Io lo riassumerei nella perdita di un certo vincolo resistenziale.
La prima Repubblica aveva funzionato sull'identificazione del "buon cittadino" con l'"antifascista", anche quando il fascismo davvero non c'era più da alcuni decenni, e sull'agitazione dello spauracchio fascista. Il sistema, che aveva un senso e forse delle fondate ragioni nell'immediato dopoguerra, si era fatto sempre più strumentale, lontano, inadeguato man mano che il tempo passava. Eppure continuava a funzionare: mi viene in mente una scena: quella di Paolo Pillitteri, allora sindaco di Milano, che nel 1991, di fronte alla protesta dei tranvieri cittadini grida: "fascisti, fascisti! squadristi! nazisti!". (Vedi). Allora quelle accuse - rivolte da Pillitteri a dei poveretti probabilmente in buona parte iscritti alla CGIL o alla UIL - avevano ancora un certo potere di criminalizzazione sociale: non razionale, emotivo. Cosa pensava la gente di te se qualcuno ti apostrofava come "fascista" o "nazista"? Ora, dopo 13 anni di berlusconismo latente, non ce l'hanno più. Dire "fascista", a parte nelle aule "sorde e grigie" delle facoltà di scienze politiche e nei collettivi studenteschi, non ha più un senso, è totalmente sorpassato. E non perché gli Italiani siano diventati fascisti, o perché i berlusconiani lo siano, anzi. I nostalgici sono sempre meno. Ora, semmai, se uno sente dire "fascista, nazista" pensa: che vocabolario "vecchio". Ed è con una certa noia crescente (non ostilità - semplice noia) che l'Italiano medio ascolta le cronache dei partigiani, le loro epopee guerresche, ne apprezza la figura, vi si sente emotivamente legato. Ciampi, berlusconiano latente, ha discretamente accostato alla figura del partigiano (proprio lui, Resistente!) quella dell'eroe risorgimentale, producendo di fatto un'equazione tra i due e finendo per desacralizzare il primo. In sostanza, il berlusconismo latente ha archiviato l'universo valoriale resistenziale. E con esso ha chiuso, in parte, una parentesi della nostra storia che forse si era protratta un po' troppo a lungo.
Allo stile indiretto, teorico, parlamentare della prima repubblica - concertazione, convergenze, unità sindacale, centralismo, repubblicanesimo, antifascismo - si è sostituito lo stile berlusconiano. Più "becero" se vogliamo, più "volgare" (senza caratterizzazione negativa del termine, anzi), ma anche più chiaro e leggibile: decisionismo, schiettezza, semplicità, battute e battutacce, sorrisi, sguardi, etichette e slogan politici. Ad un procedimento di affiliazione ideologico e razionalizzato si è sostituita una sorta di empatia tra il politico e l'elettore, che funziona molto bene nel caso del Cavaliere, ma che è stata presto emulata da tutte le altre forze politiche. Le vecchie parole d'ordine delle segreterie e dei comitati centrali, i documenti programmatici, le tesi congressuali, sono stati letteralmente spazzati via. Contemporaneamente, il berlusconismo latente esplodeva nella televisione e soprattutto nei telegiornali, con il berlusconiano latente Enrico Mentana (molto più che Emilio Fede) come capofila, con le sue notizie urlate, lo spazio alla cronaca, ai "fatti", la riduzione del parlamento a uno spazio tra i tanti della società italiana. La notizia per tutti è che questo stile è acquisito definitivamente, che non si tornerà, metaforicamente parlando, alla TV in bianco e nero che voleva il buon Ugo La Malfa.
Non è quindi nelle varie riforme e riformette, nelle "grandi opere", realizzate o abortite, in questo o quel provvedimento, che si deve misurare la cosiddetta rivoluzione berlusconiana. Come era naturale che accadesse in Italia, i risultati pratici del Governo Berlusconi si sono dimostrati al di sotto delle attese dei suoi sostenitori, ciò che ha provocato una prima, sottile delusione nell'elettorato della Cdl. Tuttavia, alla delusione è seguito un nuovo sostegno, anzi una nuova simpatia, più generica, ma, direi, anche più autentica, che viene sì dal 23,7% di Forza Italia ma soprattutto dai milioni che il Cavaliere lo guardano con un sorriso o con un ghigno, scherzandoci, sfottendolo, criticandolo, ridicolizzandolo. In questo Paese cattolico, "doppio", in cui a un messaggio manifesto si accompagna sempre un contenuto latente, emozionale, difficile a definirsi, è cresciuta un'affiliazione a Berlusconi che ha ben poco dello stile elettoralistico e americano di Forza Italia. E le vicende coniugali della "coppia presidenziale", con quell'infrazione più o meno volontaria della (sorpassata) consudetudine italiana di massima privacy delle figure pubbliche, quella reciproca invasione di campo tra Berlusconi e gli Italiani, per cui la lettera di Veronica entrava nelle case mentre l'occhio indiscreto dei cittadini si infilava nella villa di Macherio, ne sono la simpatica testimonianza. In quell'occasione, come in molte altre, il berlusconismo latente ha di fatto sorpassato il berlusconismo manifesto.
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Wednesday, March 21, 2007
Monsieur Sarkozy allo Zénith
Domenica scorsa Nicolas Sarkozy ha tenuto un discorso ai giovani dell'UMP, il partito di centrodestra che lo supporta alle presidenziali del 22 aprile, allo "Zénith" di Parigi. A questo link il testo integrale, in francese. E' un discorso bellissimo, rivolto a una generazione disillusa, che ha il coraggio di presentare anche le asperità e le durezze del futuro, della vita, della politica. Scevro dai buonismi elettorali. E' un discorso fondato sulle sfide della libertà: libertà di aprirsi all'esperienza, libertà di rischiare e di sperare. Libertà di amare. E' un discorso che esprime una rivolta al minimalismo elettoralistico del "meno tasse" e "lotta alla disoccupazione" rispettivamente di destra e sinistra. Chiude forse in questo senso la pur gloriosa stagione degli 80s, pane yuppies e tagli allo stato sociale. Chiede e offre, invece, valori e idee. E' un discorso morale ma non moralista.
Forse è azzardato collegare tutto questo a un personaggio che sta (in tutti i sensi) ben più in alto di Sarko, Benedetto XVI (dando a Dio quel che è di Dio e al Cesare di Francia quel che è di Cesare).
Forse no.
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Wednesday, January 10, 2007
Elisa
Elisa. Molto sorridente. “Spontanea”, secondo Marco, che l’ha conosciuta durante il viaggio a New York, dopo averla incontrata una volta quest’ultimo agosto. Le è piaciuta, anzi, si sono subito piaciuti, la comune radice romagnola dà a entrambi una cifra di carattere e di volubilità.
Elisa si apre subito, la scopri nel tempo in cui dalla pelle della pesca arrivi al nocciolo. Ha anche la faccia come una pesca, lieve, gentile, un po’ rotonda. Molto semplice, questo piace alla gente. A me. A diciotto anni finì il liceo a Montebelluna. I suoi litigavano, come ora, ma al tempo anche di più. “Mi ero stufata di vivere con loro, ed essendo la figlia maggiore anche di occuparmi dei loro problemi”. A metà agosto annunciò: “vado a Londra”. “A fare cosa?”, chiese sua madre. “A lavorare”. Due settimane dopo era in aereo. Tre settimane dopo un ragazzo italiano la trova seduta sui gradini di Trafalgar Square, a piangere. Si sta sfogando al telefono con un’amica, non ha trovato nemmeno una casa, dopo dieci giorni di ostello, sta finendo i soldi che le hanno dato, e di chiederne altri non se ne parla nemmeno, “piuttosto mangio cereali”. Il ragazzo sorride, le offre una mano, lei va a vivere per un po’ da lui, è una specie di accampamento, qualcuno si fa le canne e qualcuno sniffa coca, ma il posto nonostante tutto è sicuro. Lui ci prova, ma con discrezione. Lei declina, ma con discrezione. Restano amici. Elisa comincia la battaglia: nel giro di una ventina di giorni tappezza Londra di annunci, prova un paio di lavori come commessa ma la cacciano perché non capisce niente di quello che i clienti le dicono. Alla fine si sistema, trova un posto come cameriera in una catena di ristoranti eleganti e una casa in un sobborgo tranquillo là vicino. Lavora dodici ore al giorno, ma la pagano benissimo. La sera torna a casa e conta i soldi, le grosse mance, si butta sul letto e ride da sola, quanti soldi!, poi si mette le scarpe col tacco e fuori con gli amici. A volte non torna nemmeno a casa a dormire.
Elisa si è fatta un anno così, di evasione, di sperimentazione. Poi è tornata, si è iscritta a storia, è una brava studentessa ma lavorare le piaceva di più. E’ insofferente. L’università la ingabbia, la costringe a tornare indietro ai tempi del liceo e alle grandi studiate, stuzzica il suo senso del dovere quasi ossessivo. E poi lei detesta le macchiette e gli pseudo-intellettuali che la frequentano, non capisce i loro discorsi contorti e le loro bizantinerie, li disprezza in fondo, sono vecchi, vecchi. Ma anche li teme, ha paura di non esserne all’altezza. “Il primo giorno è stato uno shock, tutta quella gente che parlava di filosofi e politica”. Le ho fatto notare che non ha senso avere complessi di inferiorità, che è una ragazza con le palle, che questi secchioni vivono ancora con mamma e papà. “Ma sììì, hai ragione…”, fa lei. “E’ solo che…”, e attacca a parlare, e non la fermo più.
Una sera mi ha chiamato. “Dai Franci, usciamo, portami da qualche parte”. Avevo la macchina, sono passato a prenderla all’Arcella, il brutto quartiere padovano dove Elisa è rinchiusa in una palazzina grigia con la cancellata scura e il patio di mattoni rossi illuminato dai lampioni tondi. E’ giugno, l’aria tiepida entra dai finestrini abbassati, al semaforo due fidanzati si baciano a bordo del motorino. Andiamo in un locale che conosce lei, con Giovanni, un amico comune. C’è il karaoke. Elisa beve rum e pera per farsi coraggio e poi si esibisce, canta una canzonetta che sa bene, è piuttosto brava, ha una voce limpida e adolescenziale. Il tizio che mette su le basi musicali si prende una mezza cotta per lei, la vuole anche le altre sere, ma lei non ci pensa nemmeno, “e poi lui puzza, Franci, andiamo via”. Ride. Usciamo, sgusciamo tra i tavoli sistemati sotto le grandi tende, piene di Italiani che si godono l’estate italiana e ridono e fanno chiasso. Che si fa, dove andiamo… Qualcuno parla di una festa universitaria, dove?, a Legnago, sul grande prato del polo di Agraria. Okay. Via, con la macchina di Giovanni. La festa quando arriviamo è già finita, gli studenti vanno via ubriachi e pisciano sui bordi della strada. “Andiamo a vedere il mare?”, faccio. Elisa si illumina, “sì, daaai”, Giovanni no, è stanco, ma poi cede. La macchina ci porta a Sottomarina, che di giorno deve essere bruttissima, palazzoni venuti su come funghi nell’orgia di cemento degli anni Sessanta, ma la luna è dietro a qualche nuvola, la notte scura occulta pietosa il disastro edilizio; e quando scendiamo dalla macchina si sente il rumore delle onde, un po’ di poesia fiorisce anche qui insomma. E’ un mare bruttino e squallido quello della riviera veneta, ma chi se ne importa, è il nostro mare per stasera e a noi va bene. Tocchiamo l’acqua con la punta dei piedi, poi un guardiano di colore arriva con un bastone nelle mani, ci fa sloggiare. Sono le quattro e mezza quando montiamo in macchina. “Andiamo a Venezia a vedere l’alba?”, faccio. Non posso vedere gli occhi di Elisa seduta di dietro ma io so che nel buio stanno brillando. Prima che lei possa rispondere ci pensa Giovanni a cassare il progetto, “sono stanco ragazzi, scusate ma ho avuto l’esame, dai”. Ha ragione, è lui che guida. Si torna a casa, a Padova, una città che Elisa mal sopporta, ed è un’antipatia schietta e immediata. Scendo dall’automobile per primo, la saluto.
Elisa mi sorride. Lo farà anche domani. E questo è bello.
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Friday, January 05, 2007
Vespa a Cortina: difficile la spallata alle amministrative di primavera. Ma l'Udc sarà fedele

Sabato 30 dicembre a Cortina si è tenuto il tradizionale appuntamento invernale con Bruno Vespa, per l’edizione invernale di “Cortina Incontra” di Enrico Cisnetto. Da Vespa come al solito si viene per sentire quello che c’è dietro le quinte della politica italiana, per qualche previsione, per gli aneddoti, i retroscena, le ricostruzioni minuziose – gli stessi che si trovano nel suo nuovo libro, “L’Italia spezzata”. E il pubblico ampezzano non si è fatto pregare, riempiendo la nuovissima "Alexander Hall" e costringendo gli organizzatori ad aprire gli eleganti pannelli rossi sul fondo per fare spazio ai tanti convenuti.
Le questioni irrisolte delle elezioni di aprile, i sospetti dei brogli, i primi vagiti del governo dell’Unione, con la doppia candidatura di D’Alema e Bertinotti alla Camera: «alla fine l’elezione di D’Alema saltò perché Rutelli si convinse che non era bene avere un nuovo Cossiga in circolazione». Berlusconi? «Berlusconi quasi quasi ci sperava. Come disse in Transatlantico: se passa D’Alema, le reti Mediaset da tre diventano quattro…».
Poi le domande di Cisnetto si concentrano sulla legge Finanziaria: «si è creata in un periodo ridottissimo una ventata di impopolarità mai vista prima – spiega Vespa – per Padoa Schioppa è stato uno shock, poiché è convinto di avere fatto la migliore Finanziaria possibile, e Prodi con lui. La manifestazione del 2 dicembre contro il Governo ha avuto qualcosa di epico, perché è stata scelta dal popolo, che ha convinto Berlusconi, il quale all’inizio non voleva neanche farla». Cisnetto incalza: la Finanziaria allora sarà la tomba del governo? Vista la crisi di consenso per il centrosinistra, si faranno le larghe intese a primavera?
Vespa è scettico: «non credo. A primavera semmai ci sono le amministrative, che potrebbero dare al governo una spallata dal basso… ma non succederà, il centrodestra è troppo debole a livello locale». E allora? «La possibilità più gettonata è che si voti nel 2009, in concomitanza con le Europee. E il candidato in quel caso sarebbe ancora Berlusconi».
A che gioco gioca l’Udc?, chiedono dalla platea. «Quante ore abbiamo?», scherza Vespa. «Casini gioca una partita di lungo periodo, sa che se si rivoltasse oggi perderebbe consensi. Infatti nelle elezioni di primavera 2007 sarà un alleato fedelissimo. Il progetto dell’Udc sta in una prospettiva che all’orizzonte ancora non vedo». Come dire: finché c’è il Cavaliere… FC
© Il Notiziario di Cortina, 2007
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Wednesday, December 27, 2006
Un racconto di Natale
La mattina lo svegliò il battito alla porta. Veronique. Erano le nove e Will si era addormentato solo alle cinque e mezza, dopo gli ultimi preparativi. Lei entrò con un sorriso e mentre lui era in bagno a farsi la doccia sedette sul letto e guardò la camera spoglia, senza pensare a nulla perché non voleva piangere. La luce del mattino filtrava attraverso la veneziana. Sul pavimento, le tre valigie aperte, piene di indumenti e libri. Il letto era ancora fatto. Sullo schienale della sedia i vestiti per la giornata.
Si sentì come nell’occhio del ciclone, ieri sera c’erano stati i primi addii, poi questo pomeriggio ce ne sarebbero stati altri, in mezzo la partenza di Will, e questa strana calma, ora, un po’ desolata. Lui tornò dal bagno e si vestì in fretta, scesero a fare colazione insieme e scherzarono come sempre, attorno al tavolo tondo, come se fosse un giorno qualsiasi, come se niente stesse per capitare.
Will era vivace e in vena di battute, sui pancakes, sul caffè schifoso di Starbucks, sul fatto che Rhode Island non è un island, su tutto, su niente. Ma questa euforia oggi aveva qualcosa di poco convincente. Perché non mi succede qualcosa, si disse, sta per andarsene e non la rivedrò più. Perché questo atteggiamento minimalista, io e lei? Mi sento un ghiacciolo.
Alle nove e mezza dovettero andare. Una montagna di bagagli venne trasportata per i corridoi, e insieme raggiunsero l’ascensore. Sul marciapiedi aspettarono un taxi. Al momento di caricare i bagagli si ruppero le maniglie delle valigie, tutte nello stesso momento. Lui imprecò.
Ci fu un ultimo sussulto, un attimo appena, mentre il tassista aspettava: un abbraccio, uno sguardo. Il vento freddo del New England. Se lo tirò dietro mentre chiudeva la portiera della vettura. Lei lo guardò ancora e poi si girò e andò via. Il taxi si tuffò nel traffico. Eccola Veronique, che si faceva forza mentre camminava a ridosso del muro bianco del dormitorio, con le mani nel cappotto lungo scuro e la figura un po’ incerta, da lontano, una sagoma tra le altre. Will la cercò da dentro la macchina: perché non girava il capo verso la strada, verso di lui? Veronique… ehi, guardami… Successe. I loro occhi si incontrarono ancora un istante, lei lo vide e lui agitò la mano sorridendo. Lei fece lo stesso. Poi il taxi girò nel viale, e Will tornò a guardare avanti.
Allora successe un’esplosione, come una vampata dentro il cuore, un sussulto di angoscia e di vita, di rimpianto, di furia; e dolore, dolore, dolore bruciante. Allora capì quanto contassero, dietro all’umorismo un po’ distaccato e alle battute e agli scherzi, dietro all’immagine sarcastica e disimpegnata che si era dato, quanto contassero ancora le emozioni e le persone. Si sentì uguale a tutti gli altri ora.
Tommaso uscì da Banana Republic, il grande negozio multipiano affacciato sulla Fifth Avenue. Pacchi e pacchetti e sacchetti e il caos di New York a Natale. Il cielo era azzurro scuro, e sì che domani su tutta la East Coast doveva nevicare, secondo il meteo. Chi se ne importa, si disse. Domani sarò sull’aereo. Dopodomani, a casa, in Italia.
La mattina seguente, prestissimo, prese l’autobus dalla Penn Station, con Giulia e Marco, che erano venuti a trovarlo a Boston e coi quali era sbarcato a New York sette giorni prima. Quando il veicolo si mosse dalla stazione e il contorno netto di Manhattan prese forma al di là delle finestre… fu allora che Tommaso ebbe finalmente percezione che l’America lo stava salutando. I quattro mesi all’università si chiudevano come un piccolo scrigno. Allargò un mezzo sorriso al ricordo disordinato delle lezioni, degli sciatti compagni di stanza, del portiere pakistano del dormitorio, con le mani unte e l’inglese incerto. Una carrellata veloce come i personaggi di un film di Truffaut. Beh, addio, si disse. Nelle orecchie aveva già Maroon 5, l’iPod sulle ginocchia, Giulia che gli riposava accanto. Il bus correva sulla grande autostrada. Gli Usa stavano ormai tra due discrete parentesi.
La giornata di Will passò lentamente. Sull’autobus, in mezzo ai boschi dorati del Connecticut, poi negli infiniti serpenti autostradali che circondano New York, e infine a casa, a Philadelphia. Suo fratello dormiva già, dovette fare tutto a luce spenta, silenziosamente infilarsi sotto le lenzuola, nel buio, da solo. Pensò a Boston e a tutto quanto, a Veronique. Qualcosa era rimasto in sospeso, una frase a metà, un sospiro, un’allusione…
Sentì un’unica fitta di autentica disperazione, e restò assediato dal male per una, due, tre, quattro ore. Una domanda gli martellava nella testa – Cosa sarà di me ora? – e un volto davanti agli occhi, quello di lei.
Doveva vederla. Ancora una volta. Domani, la vigilia di Natale, anche se l’aereo di lei partiva alle nove della sera. Trovò quiete nel pensiero che l’avrebbe rivista. E terrore al pensiero di affrontare i suoi sentimenti. Nel mezzo della tempesta, per fortuna, si addormentò.
Per Tommaso il tradimento venne all’aeroporto di Boston: niente volo per l’Italia, c’era da aspettare domani, il venticinque. Natale in volo! Gli altri invece potevano partire, viaggiavano con un’altra compagnia. In un momento odiò l’aeroporto, gli amici, Boston, l’America. Voleva tornare a casa. Si sentì una specie di ostaggio.
Decise di dormire in un albergo in centro per la notte della vigilia. Era uno di quei posti per uomini d’affari di passaggio, caro, elegante, impersonale. Doveva strisciare una carta per attivare l’ascensore e al posto del receptionist c’era un computer che stampava la ricevuta al momento di lasciare l’hotel. La sua stanza era di un lusso sofisticato e artificiale, legno scuro e TV al plasma. Nonostante il sistema di riscaldamento, Tommaso ebbe un brivido.
Will arrivò alla South Station alle quattro del pomeriggio, dopo altre otto estenuanti ore di viaggio sullo stesso percorso del giorno prima. Aveva provato a chiamare Veronique per tutta la durata del tragitto, ma il cellulare americano di lei era già spento, forse per sempre. La ragazza stava sicuramente finendo i bagagli, diretta all’aeroporto.
Smontò dal bus in velocità, corse a slalom nella grande hall della stazione, uscì e chiamò un taxi. Di nuovo a Boston. La città lo accolse ancora, paziente, non sembrava sorpresa nel vederlo, dopo solo una trentina di ore. Le facciate dei palazzi vittoriani in pietra rossastra, le ghirlande di Natale sulle porte, giovani col paraorecchi che portavano a spasso il cane nel Public Garden, e, sopra a tutto questo, il cielo che andava scurendosi: era Boston, col suo fascino nordico, cortese e impassibile.
Cominciava già a nevicare quando il taxi giunse nel campus studentesco. Si fece lasciare davanti alla porta dell’appartamento di Veronique. Cosa doveva dirle? Non lo sapeva nemmeno lui. Aveva provato a fare progetti, si era esercitato in spiegazioni e cose intelligenti e sensate. Ma niente. C’era solo lui e il suo desiderio di un ultimo contatto, di un saluto, che lo aveva spinto fin qua. Suonò alla porta. Aspettò qualche secondo ma non successe niente. Aspettò ancora, suonò ancora… aspettò. Il timore che lei fosse già in taxi, diretta all’aeroporto. Via, di corsa, presto! Si girò verso la strada in cerca di un altro tassista. Ma la porta si aprì all’improvviso. Lei.
«Ehi!» fece Veronique, gli occhi spalancati. Aveva un maglioncino lilla, la sciarpa già al collo, un’aria come di uno che vede un animale esotico. «Tu sei pazzo», fece a tempo a dire con un sorriso. Will si avvicinò. «Volevo dirti…» I loro corpi si toccavano già, poteva sentire le braccia di lei attorno ai fianchi, il suo petto tiepido premere contro la sua pancia. «Volevo dirti…», contro il portone, a Boston, prima di Natale, ora e mai più. Si baciarono. La neve cadeva.
Nella stanza accanto a quella di Tommaso una coppia faceva sesso. I due tizi erano rumorosi, per quanto alzasse il volume del televisore e cercasse di concentrarsi sul sito internet che aveva di fronte agli occhi. Gli fece schifo stare a sentirli la notte della vigilia. Vincendo una pigrizia antica, indossò giacca sciarpa e scarpe pesanti e uscì. Nevicava fitto fuori, le strade erano bianche. Silenzio di tomba. Tra non molto sarebbe stata mezzanotte. Non l’aveva mai vista così, Boston. Alzò lo sguardo alle finestre dei palazzi e le vide illuminate. Per la prima volta, Tommaso ebbe un balzo dentro. Non gli era mai capitato, nei tanti Natali italiani con la famiglia, coi parenti e la voce ovattata di Nat King Cole dallo stereo in salotto: capì di essere solo. Qui era solo, a Boston, a Natale – eppure la sua condizione aveva qualcosa di più ampio e profondo. In quel momento incerto, mentre la sua vita gli si stringeva nelle mani come un gomitolo, e anziché giovane e pieno di avventure era uomo, era pianto, era in piedi davanti al futuro, la sua vera solitudine venne fuori all’improvviso, tutta intera, muta, pesante. Sono spoglio di tutto, si disse. Mi resta solo questo tenace attaccamento alla vita. Una rivolta contro l’annichilimento. L’entusiasmo per le cose nuove. L’affetto per il passato. Odori, ricordi, sensazioni. L’ambizione di farli arrivare a qualcun altro, attraverso lo strumento imperfetto delle parole.
Camminò tanto, attraversò la Boston University deserta, e alla fine, chissà come, approdò alla Marsh Chapel, la chiesa del campus, quella dove solo un mese prima si era fermato ad ascoltare un amico che cantava motivi barocchi e romantici col coro universitario.
Le porte erano aperte; da dentro proveniva una luce leggera. Un piccolo albero con bianchi lumini era stato allestito sulla destra. In testa alla navata stavano uomini di diverse confessioni cristiane, c’era un prete cattolico e una religiosa vestita con un abito bianco, sicuramente di una qualche chiesa protestante. Mentre Tommaso sbirciava dalla corta scala in pietra che stava fuori dall’ingresso un individuo gli passò accanto ed entrò con decisione, prendendo posto in uno degli ultimi banchi. Aveva una giacca imbottita rossa e argento e jeans e scarpe grosse. Era uno del suo dormitorio, un americano. Non sapeva il suo nome. Non lo conosceva se non per avere condiviso con lui un paio di viaggi dentro al vecchio ascensore. Niente più. Cosa ci faceva qua, ora?
Entrò. Si sedette accanto al ragazzo. Si salutarono con un cenno. La veglia proseguì con una veloce predica, e qualche preghiera. Le candele profumavano. Era bello.
Poi stettero tutti quanti in piedi, a cantare “Silent Night”. L’organo li accompagnò per un pezzo, poi smise del tutto, e ci furono solo le loro voci. Will pensava al Natale e a Veronique. Tommaso cantò con gli altri, da quanto era che non lo faceva? Fu così che mentre cantava si ritrovò in una strana sensazione.
I due ragazzi guardarono l’altare mentre “Silent Night” si concludeva quasi sottovoce; poi a mezzanotte meno dieci tutto finì, e lentamente la gente uscì dalla chiesa. Tommaso e Will camminarono un poco insieme.
«Di dove sei?»
«Philadelphia».
«Ci sono stato questo novembre, è bella».
«Uhu… non è male, sì».
Parlarono di piccole cose, senza pretese. La neve aveva smesso di scendere. Era mezzanotte. Senza saperlo, Will e Tommaso avevano pensieri comuni. Tutto si è scoperto, si dissero, e tutto è ancora da cominciare.
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Friday, December 08, 2006
Tiramisù
E' il momento di pubblicare qui la mia ricetta del Tiramisù. Per curiosità, ho dato un'occhiata con Google tra le diverse indicazioni culinarie italiane che appaiono su internet. Poveri noi. La cosa che sembra appassionare di più gli autori delle ricette è la pronta cementificazione del povero Tiramisù con chili di mascarpone (fino a 600 g una porzione per quattro! e chi li porta via gli ospiti?) e strati infiniti di Savoiardi, tra l'altro rigorosamente asciutti, una specie di muraglia cinese.
La mia ricetta non è mia, nel senso che, come sempre avviene, è debitrice di altre ricette. Si limita a rimescolarle un po' e ad aggiungere qualche pignoleria. L'idea di base è che il Tiramisù debba essere un dolce "bagnato", che non obblighi quasi a masticare; che abbia un colore e un carattere, nel senso che l'uovo si deve sentire; che non si lasci sopraffare dal gusto del caffé.
Un buon 70% di quanto scritto viene dalla brava signora Malvina P., prima (e unica) insegnante di cucina in un corso che abbia frequentato; un 20% da mia madre, che come tutti sanno cucina da Dio; un 10% è fatto dal sottoscritto, non di più.
Prendete una bacinella larga. Sbattete bene 120 grammi di zucchero con quattro tuorli d'uovo finché non si amalghimino del tutto. Aggiungete progressivamente 250 grammi di mascarpone e amalgamate evitando i grumi. Montate a parte 200 ml di panna, circa 4/5 della confezione classica. Aggiungete e mescolate con cautela. Montate a parte 3 chiare d'uovo scarse a neve. Aggiungetele al resto e mescolate con cautela. Intanto, preparate il caffé, due o tre moche almeno, piuttosto leggero. Versatelo in un piatto fondo e aggiungete un paio di cucchiaini di zucchero. Passate uno dopo l'altro i Savoiardi nel piatto, facendo attenzione che si bagnino completamente, ma che non si rompano. Disponeteli in una terrina larga e dai bordi bassi in un solo strato. Se il caffè non basta, fate un'altra moca, e così via. Quando la terrina è coperta dai Savoiardi, aggiungete la crema fino all'orlo. Spolverate con cacao amaro. In frigo per almeno quattro ore.
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Wednesday, November 29, 2006
Rovistando su internet
«Io non c'entro niente con il mondo di cui ho parlato per una vita. Un po' come molti intellettuali di sinistra.[...] Non sanno niente della realtà di cui si occupano. I vecchi comunisti cercavano di porre rimedio alla scissione, invitando noi giovani borghesi a mescolarci nelle mense degli operai. Era un rimedio ingenuo, illusorio. La sinistra è rimasta quanto di più lontano dalle pulsioni degli uomini».
Luigi Pintor a Simonetta Fiori, "la Repubblica", 9 marzo 2001.
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Monday, November 27, 2006
Diario di viaggio / Il bagaglio
Siamo nel bus ora, mentre il cielo della East Coast si fa scuro, diretti verso New York. Lì cambieremo veicolo e stasera saremo a Boston. Abbiamo fatto tre giorni a Philadelphia. La città è una griglia ordinatissima di assi ortogonali, divisa in due da un grande viale che non a caso si chiama Broad Street. A est c’è la Philadelphia di Ben Franklin, un’orgia di mattoni rossi e campane della rivoluzione, proporzionata e dimessa come la volevano i Padri che qui hanno pensato e prodotto la dichiarazione di indipendenza. Viuzze strette, europee, dove il selciato si piega a dorso di mulo e i gatti riposano sui muretti assolati nel silenzio della domenica mattina. A ovest è cresciuta la Philadelphia degli affari e dei negozi, lussuosa e soffocante come quella Boston e a New York. In mezzo, come un mediatore involontario dei due estremi, sta la City Hall, un bel palazzo di fine Ottocento, che per il grande tetto tagliato a trapezio e la galleria che lo attraversa da una parte all’altra mi fa subito pensare al municipio di Trieste, solo che qui non c’è il mare, e la differenza si sente.
Hanno perso il bagaglio di Lorena. Siamo andati a ritirarlo alle tre, nel deposito della stazione dei bus, con in mente già le cose da fare in queste ultime settimane di scuola. La mia valigia arriva subito, e così quella di Miguel. Il trolley rosso di Lorena, coi vestiti, il lavoro dei prossimi quindici giorni, gli stivali nuovi, e la borsa nera col regalo per sua madre, no. Passano cinque, dieci, trenta, quarantacinque minuti nell’ufficio claustrofobico, la porta automatica che si apre e si chiude a ogni nostro movimento, mentre aspettiamo risposte dai due inefficientissimi impiegati, che vanno e vengono dal deposito con la stessa noncuranza e fiaccheria con cui te li aspetteresti, nello stereotipo, a girare per le vie del ghetto. No, sbiascica qualcuno, la valigia non c'è. Lorena è già pallidina di suo ma sbianca ulteriormente, noi con lei. Niente spiegazioni, niente scuse, niente di niente, aspettano che ce ne andiamo, che scarichiamo l’incombenza su qualcun altro. Ci siamo imbarcati sulla corriera successiva, diretti all’ufficio di New York. E ora siamo qui, sull’autostrada congestionata dal traffico del rientro, gli Americani delle città tornano in massa al lavoro pieni di tacchino e di purè al formaggio.
Sono a casa. Del bagaglio nessuna traccia, a New York stessa scena irritante. Forse gira per la East Coast, o sui monti Appalachi, in qualche stazione remota. Forse l’hanno rubato. Forse qualcuno l’ha aperto, e senza grazia ha preso il pigiama rosa e i vestiti e gli oggetti cari e li ha buttati in un angolo, cercando il portafogli o una collana. Forse Lorena lo ritrova. Ci sentiamo un po' traditi da Philadelphia, la città dell'Amore come dice il nome, dove i bagagli scompaiono nell'indifferenza e il bambino di The Sixth Sense vede la gente morta.
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Wednesday, November 22, 2006
Bye bye Boston
E' deciso: il 25 dicembre si torna a casa. Per non tornare, almeno in questo gennaio, almeno nei progetti a breve termine. Speravo in un recupero in corner da parte della BU, in un posto in più nel budget universitario, e invece no. A un mese dalla partenza mi sento un po' come se il semestre fosse già finito, con un piede (riluttante) già sull'aereo, il pensiero alle faccende padovane, e la mia stanza torna ad assumere quell'aria provvisoria che aveva nei primi giorni, le cose che riempiono gli scaffali e i cassetti prendono l'aspetto di un'occupazione temporanea, pronte a tornare in valigia, il mio stesso passaggio per Boston, New England, USA assume i contorni un po' sfocati di una piccola parentesi nella vita di questa grande università. Non sarà così per quello che l'America mi lascia dentro.
Siamo a Washington, una trasferta di qualche giorno, approfittando del Thanksgiving. The Mall, il Campidoglio, i bianchissimi palazzi dell'Impero Americano, tutto molto bello e imponente e significativo. Ma anche tanto rarefatto, ci si perde nei viali tracciati sulla carta come tanti assi obliqui, gli spazi sono grandi, geometrici, razionali. L'abbiamo girata con le guance brucianti per il vento, camminando in cerca di una umanità che rimpicciolisce di fronte alle istituzioni fino quasi a sparire. E’ come se stessi partendo già adesso, da questa città vuota e gelida, per tornare nella piccola Italia. Che malinconia… questa nella capitale è davvero una notte triste.
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Monday, November 20, 2006
Paradiso e inferno. A messa alla Marsh Chapel, e a Salem, Massachusetts, 2006
Sono stato alla messa alla Marsh Chapel, la chiesa del campus. Il rito è cattolico ma la chiesa multireligiosa, durante la settimana tre o quattro fedi diverse vi celebrano le proprie funzioni, e così anche la "nostra" liturgia romana ha preso le sembianze della Riforma, così linda, asciutta, dimessa. Violini suonano al posto dell'organo e del coro. Il Padre Nostro è recitato, ma anche il Santo e l'Alleluja. Niente immaginette sulle bianche pareti. L'ascesi è un po' protestante anch'essa: ogni domenica sera, alle dieci, i giovani riempiono la chiesa, e non ci sono le frasi sbiascicate controvoglia e quell'aria a metà tra il passivo e il disincantato che accompagna le messe nostrane. La gente risponde forte e chiaro, le mani si stringono e gli occhi si incontrano al momento della "pace", "peace with you" dicono convinti i cattolici della Boston University, e per la comunione prendono il pane e bevono il vino. Anche l'omelia ha qualcosa del fervore protestante, soprattutto se a tenerla è il prete più anziano. Un paio di settimane fa qualcuno si è commosso. "Siete la speranza di una nuova evangelizzazione, col vostro esempio di fede potete riconquistare l'Occidente. Ora chinate il capo e lasciate che impartisca su di voi una speciale benedizione". E' la chiesa di Benedetto, libera nella laica nazione americana, lucida, vitale, convinta.
A Salem, la notte di Halloween. Giriamo quel grande baraccone che è diventata la città di mare dove nel diciassettesimo secolo si tennero le famose esecuzioni contro le streghe. Ora ci vanno i turisti del Massachusetts vestiti da Bush e da peni giganti, che per gli Americani di sinistra è un po' la stessa cosa. Qui a Salem più che streghe si vedono carnevalate. Ma è davvero cambiata l'America puritana, sotto lo smalto delle bancarelle e delle mele glassate? Me lo chiedo quando in mezzo alla via intasata di gente si apre un cerchio di uditori, in mezzo c'è un tizio che sta in piedi su una cassetta di legno. Con un megafono, assistito da un amico, o un parente, legge versi della Bibbia, e invoca la punizione divina sui peccatori. Mi danno un foglio rosso scarlatto, a vignette, tipo quelle che leggi sul New York Times o sul Boston Globe della domenica. Solo che qui si parla di tutt'altro: «cerchi di essere un dignitoso cittadino, ti preoccupi dell'ambiente e della gente senza casa... pensi, se c'è un inferno, è fatto per gli altri. Ma la verità è che l'inferno non è un posto così esclusivo. Non devi essere un maniaco omicida o un violatore dei diritti umani per andarci. L'inferno è fatto da peccatori ordinari». Poco più in là, stessa scena, altro fanatico, altra cassetta: «pentitevi, finché siete in tempo!». Qualcuno gli grida frasi ingiuriose, molti lo ignorano. Qualcun altro annuisce, e applaude. Io penso alle suorine padovane, ad Assisi, ai chiostri rinascimentali, e misuro con un sorriso la distanza dell'oceano.
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